Per salvare la biodiversità i soldi non si trovano. E crollano pure gli investimenti

Alla Cop17 di Yerevan la finanza per la biodiversità resta al palo. E gli asset dei fondi d’investimento dedicati alla natura calano del 40%

Il ministro dell'Ambiente armeno e presidente della Cop17, Hambardzum Matevosyan, durante la plenaria finale © CBD COP17 Yerevan Armenia/Flickr

Qualcuno la considera la Cop “minore” ma il problema che affronta non è certo minore, anzi. È la Cop sulla biodiversità che dal 19 al 30 ottobre a Yerevan, capitale dell’Armenia, ha riunito per la diciassettesima volta le circa 190 Parti della Convenzione Onu sulla diversità biologica (Cbd). Una sede geograficamente non troppo distante da Antalya, in Turchia, dove sta invece per aprirsi la Cop31, quella sul clima, considerata “maggiore”.

La Cop sulla biodiversità si tiene ogni due anni. Il tema della Cop17 era «Taking Action for Nature». Il suo compito prioritario era porre in essere la prima revisione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montréal, raggiunto alla Cop15 del 2022 e considerato l’“Accordo di Parigi sulla biodiversità”. Con particolare riferimento al suo obiettivo centrale, cioè la protezione entro il 2030 del 30% di terre e acque del Pianeta.

Come sempre uno dei temi prioritari da affrontare alla Cop17 era chi ci mette i soldi, cioè la finanza per la biodiversità. Che è la questione di fondo, e il principale motivo di scontro, di un po’ tutti questi grandi vertici. Una delle maggiori attese era che fosse finalmente riconosciuto il ruolo dei popoli indigeni nella tutela della natura, troppo spesso ignorato nonostante l’ineguagliabile sapienza che custodiscono.

Le Parti della Cop17 ammettono il ritardo sugli obiettivi al 2030

Con una chiusura giunta – come spesso capita in questi summit – in leggero extra-time, nella mattinata del 31 ottobre, il principale risultato raggiunto alla Cop17 è stato probabilmente quello della trasparenza. Perché le Parti hanno ammesso di essere fuori rotta rispetto ai 23 obiettivi al 2030 previsti dal Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montréal. Astrid Schomaker, dal 2024 segretaria esecutiva della Convenzione sulla diversità biologica, l’ha definita un’importante assunzione di responsabilità.

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Le Parti hanno dunque definito un percorso, lo Yerevan Pathway, il cui fine è quello di accelerare il passo e modificare la traiettoria largamente insoddisfacente su cui il mondo si sta muovendo. Spetta poi ai singoli Paesi farlo, attraverso i loro piani nazionali. Inquietano però i tentativi, denunciati da diverse delegazioni, di minare le basi della scienza della natura su cui tutto l’impianto delle Cop sulla biodiversità si regge. Purtroppo un film già visto con la scienza del clima.

La finanza per la biodiversità, nodo irrisolto della Cop17

Anche alla Cop17 il nodo della finanza per la biodiversità è rimasto irrisolto. Il Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montréal prevede di mobilitare 200 miliardi di dollari l’anno entro il 2030. Ma l’implementazione resta tutta da negoziare, a causa soprattutto del solito rimpallo di responsabilità tra Nord e Sud del mondo. E quella cifra copre solo una parte del fabbisogno, stimato in 700 miliardi di dollari l’anno: il resto dovrebbe arrivare dalla riforma dei sussidi dannosi per la natura. Il ministro dell’Ambiente armeno Hambardzum Matevosyan, presidente del vertice, ha detto tuttavia che durante la Cop17 sono stati raccolti circa 1,8 miliardi di dollari per finanziare la conservazione della natura.

Scarso l’avanzamento dei negoziati sulla riforma dei sussidi e incentivi dannosi per l’ambiente, che si stima ammontino globalmente a 2.400 miliardi di dollari l’anno. Ancora lontano l’obiettivo 18, che prevede di ridurli di 500 miliardi di dollari l’anno entro il 2030. Alcune iniziative lanciate durante la Cop17, in particolare l’Appello di Yerevan, puntano ad accelerare il processo.

Emblematico quanto successo intorno al Cali Fund, istituito alla Cop16 in Colombia, che prevede che le aziende che sfruttano commercialmente i dati genetici su piante e animali diano un contributo per la biodiversità. A fronte di un obiettivo di un miliardo di dollari l’anno, può sembrare incredibile, ma finora sono stati versati poco più di 7mila dollari. Quanto al riconoscimento del ruolo dei popoli indigeni, c’è stato qualche passo avanti sulle regole di funzionamento dell’organo sussidiario permanente previsto dalla Convenzione Onu sulla diversità biologica. In molti, però, giudicano insufficienti questi progressi.

Si è trovato almeno l’accordo sulla sede della Cop18, che si terrà nel 2028 a Quito, capitale dell’Ecuador. Ma allora mancheranno solo due anni al 2030, con la maggior parte della strada da fare. E in salita.

I fondi d’investimento per la biodiversità perdono il 40%

Il problema delle risorse riguarda anche gli investimenti privati a favore della biodiversità. Tra il 2022 e il 2023, sull’onda dell’euforia per i risultati della Cop15, i mercati avevano espresso forte interesse per i fondi dedicati alla biodiversità. Ora la tendenza è di segno contrario. Si sta cioè assistendo a una sorta di ritirata degli investitori.

Secondo un’analisi pubblicata su Les Echos sul finire del summit di Yerevan, a partire dall’inizio del 2026 c’è stato un crollo degli asset gestiti da questi fondi, che sono diminuiti del 40% a poco più di 13 miliardi di euro. Per la prima volta anche il numero di questi fondi è calato, perché le chiusure di quelli esistenti non sono state compensate dai nuovi prodotti lanciati. Un deflusso di risorse che ha riguardato soprattutto l’Europa, che era stata invece protagonista nell’ascesa di questi investimenti.

Uno dei problemi che le società di gestione hanno dovuto affrontare è il rialzo dei tassi d’interesse avvenuto negli ultimi anni. Ciò pare infatti aver spinto gli investitori a preferire gli investimenti in titoli di debito, considerati più remunerativi e meno rischiosi, a discapito delle azioni delle società legate alla transizione ecologica, spesso caratterizzate da una crescita più lenta ma da dividendi regolari. I fondi che hanno tenuto botta sono quelli che hanno allargato lo spettro degli investimenti, includendo non solo società attive direttamente nella tutela ambientale ma anche grandi società impegnate in percorsi di decarbonizzazione. Dati alla mano, insomma, anche la finanza per la biodiversità ha il suo “rischio di estinzione” da affrontare.

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