Economia sociale, per affrontare le sfide globali. Ma con quali risorse?

Euricse incaricato dall'Ilo di indagare il mondo dell'economia sociale: stessi bisogni finanziari delle imprese profit, diversi gli strumenti. Emergono 30 raccomandazioni per imprese e legislatore

Dalla copertina del rapporto Euricse “Meccanismi finanziari per ecosistemi innovativi dell’economia sociale e solidale”

«Sono imprese non profit quindi non hanno bisogni economici». Oppure «fanno fatica ad accedere ai finanziamenti». O ancora «queste realtà sono sempre sottocapitalizzate». Sono alcuni dei luoghi comuni che si associano al variegato mondo dell’economia sociale: “cooperative, mutue, associazioni, fondazioni e imprese sociali, che producono beni, servizi e conoscenza, perseguendo allo stesso tempo scopi economici e sociali e incoraggiando la solidarietà”. Questa la definizione proposta dall’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro).

«Noi abbiamo voluti sfatarli», spiega, in un’intervista a Valori.it,  Riccardo Bodini, direttore di Euricse, istituto di ricerca e divulgazione di conoscenza e innovazione nell’ambito delle imprese cooperative e sociali. Lo hanno fatto con una ricerca, affidate dall’Ilo ad Euricse, intitolata “Meccanismi finanziari per ecosistemi innovativi dell’economia sociale e solidale”. Insieme a un’altra ricerca, commissionata dall’Ilo una all’ente di ricerca belga Hiva, dal titolo “Il contributo dell’economia sociale e solidale e della finanza sociale al futuro del lavoro”, sono state protagoniste della conferenza internazionale “Il momento dell’economia sociale e solidale” organizzata da Euricse per conto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che si è tenuta a Trento dal 18 al 20 novembre e che ha visto confrontarsi un centinaio studiosi arrivati da 26 Paesi.

«Con la nostra ricerca – prosegue Riccardo Bodini – in primo luogo, ci siamo chiesti che cosa sia l’economia sociale e perché stia attirando tanta attenzione. In secondo luogo abbiamo indagato il ruolo che può avere questo comparto per affrontare sfide oggi fondamentali, in particolare il futuro del lavoro. E infine abbiamo approfondito il ruolo della finanza per supportare lo sviluppo di queste realtà».

Un modello economico alternativo

Negli ultimi anni l’attenzione verso questo modello economico è cresciuta a dismisura. Lo dimostra il fatto che le Nazioni Unite nel 2013 hanno creato una task force dedicata proprio ad “aumentare la visibilità dell’economia sociale e solidale”: l’UNTFSSE

«In un contesto globale caratterizzato da sfide complesse e pressanti (dall’aumento delle diseguaglianze alla crisi climatica, dalla crisi del lavoro all’invecchiamento della popolazione) – spiega Riccardo Bodini – è emerso il ruolo fondamentale dell’economia sociale e solidale (ESS), i cui protagonisti operano per soddisfare i bisogni delle persone e non per trarre profitti. Come  alternativa al sistema economico dominante».

«Le caratteristiche tipiche delle imprese dell’economia sociale e solidale le rendono infatti più adatte a rispondere a tali sfide: con modelli di sviluppo locale sostenibili, una diversa attenzione al lavoro, la risposta a molte dei problemi sociali che si stanno manifestando: la cura degli anziani, i giovani senza lavoro, le periferie degradate».

Di quale finanza hanno bisogno? 8 Paesi a confronto

Il mondo della ricerca e la politica pubblica stanno dando sempre più attenzione a questo modello economico. Ci si chiede, però, come si faccia a sostenere economicamente lo sviluppo di tali realtà. Che bisogni hanno? Di quali strumenti finanziari necessitano? Che ruolo ha la finanza per il loro sviluppo?

«La finanza è un tema caldo nel dibattito attorno all’economia sociale – continua Bodini – Un dibattito complicato dal fatto che, dal lato dell’offerta, sono comparsi diversi soggetti, anche speculativi, che hanno visto nel sociale un possibile sbocco, che permette anche di migliorare la propria immagine».

I ricercatori di Euricse hanno analizzato il lato della domanda e si sono domandati quali bisogni abbiano i protagonisti dell’economia sociale e solidale. Per farlo hanno confrontato le realtà di 8 Paesi molto diversi tra loro: da un lato situazioni più evolute in questo ambito come l’Italia, il Quebec, il Lussemburgo e la Corea del Sud; dall’altro, aree più arretrate sul tema dell’economia sociale come Capo Verde, Marocco, Colombia ed Ecuador.

Il convegno a Trento “Il momento dell’economia sociale e solidale”

Stessi bisogni, diversi strumenti

«Dal lato della domanda è emerso che i bisogni delle imprese sociali non sono così diversi rispetti a quelle tradizionali. Il ruolo della finanza è lo stesso – spiega Riccardo Bodini – La specificità di queste realtà si ritrova invece nella tipologia di strumenti finanziari per soddisfare i loro bisogni.

Per esempio, essendo caratterizzate da una governance democratica e partecipativa, non possono accedere ad alcuni strumenti pensati per realtà profit, che prevedono l’ingresso nella governance delle imprese. E che hanno un’aspettativa di ritorni alti in tempi brevi, come la finanza di rischio. Questi meccanismi difficilmente possono funzionare per le imprese sociali».

D’altra parte però le imprese sociali hanno costruito modelli propri di accesso a risorse finanziarie che il mondo profit non ha. «Ad esempio, avendo un focus sul sociale in molti casi accedono a fonti di stampo filantropico e donativo, anche da membri della loro comunità di appartenenza».

Le realtà dell’economia sociale e solidale hanno una forte partecipazione della base sociale, anche da un punto di vista economico. E hanno costruito, come spiega Riccardo Bodini, meccanismi finanziari mutualistici, come in Italia il Fondo per lo sviluppo delle imprese cooperative. «In altri paesi abbiamo trovato sistemi simili, come in Quebec e in Corea del Sud».

Nessun particolare problema di accesso al credito

La ricerca Euricse sfata un altro luogo comune sulle realtà non profit: «Non è vero che abbiano problemi di accesso al credito bancario, soprattutto quando arrivano a un livello elevato di maturità», spiega Riccardo Bodini.

«In generale le imprese dell’economia sociale e solidale non hanno difficoltà ad accedere agli strumenti finanziari se hanno costruito ecosistemi propri, come il movimento cooperativo in Italia – continua Bodini – Se guardiamo la panoramica internazionale emerge come dove l’economia sociale ha saputo costruire un suo ecosistema di sostegno, non ha avuto problemi neanche in ambito finanziario. Tra i casi che abbiamo analizzato possiamo citare, oltre all’Italia, il Lussemburgo, il Quebec e la Corea del Sud. Dove invece questo mondo è ancora a un livello embrionale o dove c’è una maggiore fragilità, come in Marocco o in Colombia, anche  su fronte della finanza ci sono delle difficoltà».

30 raccomandazioni per imprese sociali, ricercatori e legislatori

I tre giorni di convegno sull’economia sociale a Trento hanno prodotto 30 raccomandazioni di policy e ricerca, rivolte ai decisori pubblici, ma anche alle organizzazioni stesse e al mondo della ricerca.

«L’Italia è uno dei Paesi più avanzati nel campo dell’economia sociale, da un punto di vista normativo, ma anche riguardo l’incidenza di questo mondo sull’economia e la società – commenta Riccardo Bodini – Le raccomandazioni che abbiamo individuato prendono in gran parte spunto dal contesto italiano».

Tra le raccomandazioni principali, per i decisori pubblici, l’invito a creare un quadro giuridico che consolidi le organizzazioni dell’economia sociale e solidale (cooperative, associazioni, fondazioni, mutue e imprese sociali) e che salvaguardi le loro specificità, eventualmente ricorrendo all’istituzione di benefit e vantaggi come esenzioni fiscali, Iva agevolata, clausole sociali e finanziamenti per le start-up.

Mentre tra quelle rivolte alle imprese sociali, il suggerimento di disporre di una combinazione di diversi strumenti finanziari, in base alle caratteristiche delle diverse organizzazioni e alle relative fasi di sviluppo.

E per il mondo della ricerca la necessità di disporre di dati e statistiche migliori. «Sarebbe necessaria una raccolta sistematica e ben strutturata di dati relativi ai diversi aspetti dell’accesso e dell’uso degli strumenti finanziari – spiegano dall’Euricse – Una migliore conoscenza quantitativa consentirebbe non solo una migliore valutazione delle esigenze finanziarie, ma anche una misurazione più accurata del rischio».

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