Parte 13

Quando i lavoratori si riprendono la fabbrica: oltre 100 casi in tutta Italia

Imprese fallite ma ricomprate e salvate dai lavoratori, oggi padroni del loro destino dopo l'unione in cooperativa. Un altro volto dell'economia civile

Di Corrado Fontana
fabbrica recuperata o workers buyout WBO Italcables di Caivano, Napoli

C’è un’economia civile che non ti aspetti. Fatta di persone, i lavoratori, che per non perdere l’occupazione, fonte di sostentamento familiare e realizzazione individuale, arrivano a scommettere patrimonio economico e futuro per riprendersi la fabbrica che aveva chiuso. Storie d’altri tempi, che si incontrano alla WBO Italcables di Caivano (Na) e, quasi agli antipodi, nella Cartiera Pirinoli di Roccavione (Cn).

E non solo lì. Perché stiamo parlando di oltre cento imprese in Italia, attive soprattutto del settore manifatturiero, fallite e poi rinate. Fabbriche un tempo “di un padrone”, gestite da manager professionisti, finite in disgrazia, che oggi continuano tuttavia a produrre. Gli studiosi le chiamano fabbriche recuperate, e occupano direttamente circa 8mila lavoratori, più altri 15mila grazie all’indotto, per un fatturato complessivo superiore a 200 milioni di euro l’anno.

MAPPA distribuzione workers buyout per regione 1986-2016 – fonte “Workers’ buyout, l’esperienza italiana”

Workers buyout: in mano ai lavoratori

A possederle, decidendone strategie e destino, è oggi solo chi ci lavora, perlopiù operaie e operai, che si sono uniti in cooperativa con un unico comune obiettivo, cioè rimanere sul mercato e mantenere o accrescere i livelli occupazionali. E se le sono ricomprate (da cui workers buyout) investendo la propria indennità di mobilità (la NASpI) e il Tfr, se disponibili e sufficienti, o anche parte del patrimonio personale. E hanno raggiunto lo scopo con il sostegno di enti locali, banche illuminate e i fondi delle grandi centrali cooperative, strumenti essenziali dell’importantissima legge Marcora del 1985.

WBO Italcables: gli operai si comprano anche i muri

Ed è così che nel 2015 la Italcables di Caivano è ripartita, aggiungendo le lettere “WBO”, come workers buyout, in testa alla propria insegna. Mutando la forma giuridica dell’azienda, un tempo di proprietà di una compagnia portoghese, in società cooperativa. Al comando, infatti, si sono insediati i 51 soci (45 operai e 6 funzionari) dei 67 dipendenti iniziali. Dopo aver difeso e presidiato per 24 mesi, giorno e notte, lo stabilimento e i macchinari, hanno raccolto 1 milione e 275mila euro necessari a convincere del loro progetto il curatore fallimentare.

WBO Italcables, fabbrica recuperata o workers buyout a Napoli – fonte immagine Cfi

E la fabbrica, che nel 2013 fatturava 50 milioni di euro realizzando cavi d’acciaio per infrastrutture, con una produzione tutt’altro che fuori mercato e una lista di ordini ancora da evadere, è stata restituita a un territorio già particolarmente povero di lavoro. Nel secondo anno di attività la WBO Italcables ha registrato un bilancio in attivo di quasi 300mila euro e a novembre 2018 i lavoratori – con l’aiuto dei soci finanziatori Coopfond e Cfi (società partecipata dal Ministero dello Sviluppo Economico) e di Banca Etica – hanno acquistato lo stabilimento.

Un passo fondamentale per ridurre le incertezze sul futuro e i costi di affitto, ottenendo tuttavia in cambio la necessità di onorare le scadenze di un mutuo e l’obbligo di incrementare le vendite. Ma c’è ottimismo. L’attività della fabbrica, del resto, è in crescita costante e graduale, ci ricorda Matteo Potenzieri, presidente della cooperativa. Si consolida la presenza sul mercato più importante per la società, quello americano, e si sono sviluppate nuove commesse in quello francese, per la prima volta, allargando in generale l’impegno in Europa. Nonostante il 2019 sia stato di sofferenza per il settore dell’acciaio, dopo un 2017 e 2018 positivi.

Cartiera Pirinoli: recuperata e sempre più green

Storia simile, ma per certi versi ancor più significativa, è quella della Cartiera Pirinoli, poiché si tratta di uno dei workers buyout più grossi in Italia, nato nel 2015 dopo tre anni di presidio 24h e di stop della produzione. Impresa recuperata il cui successo veniva certificato pochi mesi fa da Ferdinando Tavella, già dirigente dipendente della vecchia proprietà, la ex Pkarton, ora socio lavoratore e vicepresidente della nuova fabbrica: «Abbiamo sperimentato che la solidarietà in cooperativa non è una parola vuota, ma esiste concretamente».

Cartiera Pirinoli, fabbrica recuperata o workers buyout a Cuneo – 3

Perché l’azienda oggi produce 90mila tonnellate l’anno di cartoncino per imballaggi con carta riciclata, in arrivo dalla raccolta differenziata di tutta Europa, e dal 2016 è certificata FSC, lavorando carta generata da un impiego responsabile delle foreste. «Il primo agosto 2015 – spiega Tavella – è ripartita l’attività con circa 70 soci lavoratori, contro i 152 dipendenti di quando si fermò l’impresa nel 2012. C’è stato un periodo in cui, come era naturale che fosse, si andava avanti a singhiozzo, perché abbiamo dovuto riconquistare le quote di mercato.

Ma dall’8 novembre del 2015 non ci siamo più fermati. Nel 2018 abbiamo chiuso con circa 37 milioni di euro di fatturato, e un utile che io sinceramente non ho mai visto in circa 19 anni di lavoro in questa impresa»

Ma non è tutto. Perché l’impresa nel frattempo ha saputo crescere. E oggi conta 89 lavoratori di cui 76 soci, tornati in possesso dei quasi 140mila metri quadri di terreni e fabbricati dello stabilimento. Ed è un po’ più sostenibile: a dicembre 2018 Cartiera Pirinoli ha speso ben 7milioni di euro in una nuova centrale di cogenerazione. E grazie a questo investimento gode di un risparmio energetico annuo di circa 1 milione di euro, vende l’energia in eccesso e maturato circa 7mila certificati bianchi l’anno, ovvero dei titoli energetici che permettono un ritorno dell’investimento: « l’anno scorso erano arrivati a valere circa 400 euro l’uno, il che significava 2,8 milioni», conclude Tavella.

E se anche ILVA fosse salvata dall’economia sociale?

Italcables e Pirinoli come modello che funziona, insomma, capace persino di lanciare un guanto di sfida al capitalismo. Come emerge dal parere di Flaviano Zandonai, sociologo, secondo cui «Se la rilevanza di una soluzione si misura guardando alle sue possibili applicazioni al di fuori di quanto concretamente realizzato, allora il workers buyout ha raggiunto un livello davvero considerevole.

È di qualche settimana fa, infatti, la proposta di alcuni studiosi e attivisti di tentare un’operazione di recupero dell’acciaieria ILVA di Taranto utilizzando questo meccanismo (a fianco dell’intervento statale).

Mentre sul fronte delle piattaforme digitali si moltiplicano le proposte, assieme alle realizzazioni, che puntano a incrementare il controllo da parte dei lavoratori (come nel caso dei riders delle consegne a domicilio), e anche degli utenti (è di qualche anno fa la proposta di rilevare Twitter da parte dei suoi “followers”). Solo boutade? Che magari rischiano di offuscare l’impatto di un fenomeno fin qui di nicchia sovraccaricandolo di aspettative? Forse il rischio c’è.

TABELLA numero lavoratori workers buyout 1986-2016 – fonte “Workers’ buyout, l’esperienza italiana”

Comunque, a ben guardare, ci sono ragioni sottostanti che autorizzano a “pensare in grande”. La prima riguarda la saldatura, ormai sempre più forte a livello sociale, tra esigenze di tutela dei bisogni di base (lavoro) e aspirazioni a realizzare un nuovo modello di società (giustizia sociale). La seconda ragione riguarda la consistenza dell’ecosistema di risorse a supporto di questi processi dove l’economia sociale, in particolare quella cooperativa, gioca finalmente un ruolo da protagonista. Infine c’è lui, il convitato di pietra, cioè il capitalismo, che se vuole davvero diventare responsabile potrebbe ricominciare proprio da qui, riparando i suoi danni investendo risorse capaci di generare un reale impatto sociale».

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