Con El Niño in arrivo, l’estate 2026 in Europa si annuncia rovente

El Niño potrebbe tornare nell'estate 2026, sommandosi agli effetti della crisi climatica: dopo un inizio anno con incendi record, l'Europa rischia mesi roventi

© Olivier DJIANN/iStockPhoto

In questi giorni l’Italia è attraversata in buona parte da sistemi nuvolosi e precipitazioni, ma è probabile che non duri ancora troppo a lungo. Il procedere della stagione avanza, e con esso la domanda che, in tempi di crisi climatica, è diventato normale farsi: come sarà questa estate?

Una risposta non l’abbiamo ancora, ma i dati relativi agli scorsi mesi non sono incoraggianti. Secondo il programma Copernicus dell’Unione europea all’inizio del 2026 sono bruciati 150 milioni di ettari di superficie nel mondo a causa degli incendi – il doppio della media del periodo negli anni passati. Secondo alcune proiezioni, a livello globale il 2026 potrebbe essere il secondo anno più caldo della Storia, se non il più caldo in assoluto. E a peggiorare il quadro potrebbe esserci El Niño.

Incendi record nel 2026, ma i media guardano altrove

Gli ultimi numeri relativi al clima che cambia hanno smesso da tempo di occupare le prime pagine dei quotidiani. L’irruzione di Donald Trump nella politica globale ha diminuito ulteriormente l’attenzione. Da un lato, un presidente negazionista alla guida del secondo emettitore globale allontana la transizione ecologica. Dall’altro, il suo iperattivismo sul piano internazionale – dall’Iran ai dazi, passando per Groenlandia, Cuba e Venezuela – ha costretto i media (e tutti noi) a inseguire un’agenda che ha al centro tutto fuorché il clima.

Ma il riscaldamento globale non rallenta solo perché non lo notiamo. All’opposto, il trend è da tempo quello di un’accelerazione. Nel 2026, finora, il sintomo più evidente della malattia planetaria è stato il fuoco. Il dato globale è quello che dicevamo in apertura: 150 milioni di ettari percorsi dalle fiamme, mai così tanti nella storia. Una media che, come sempre, nasconde forti differenze territoriali. L’Asia e le Americhe sono i continenti più colpiti. Solo nella Cina nord-orientale quasi 300mila persone sono state sfollate a causa dei roghi. In Thailandia, sono stati rilevati oltre 600 focolai di incendio nelle foreste di conservazione e altri 583 nelle foreste nazionali protette. Il Myanmar ha registrato oltre 6mila focolai nelle aree umide e il Laos 1.850. In Cile e Argentina gli incendi hanno bruciato 21 acri al minuto, e diversi studi hanno già iniziato a legare le fiamme negli Stati Uniti e in Canada alla crisi climatica. Nell’insieme, gli incendi classificati come estremi sono raddoppiati negli ultimi vent’anni.

Incendi e caldo, la salute è il primo bersaglio

Quello degli incendi è un tema economico e naturalistico. Ma prima ancora, è un tema sanitario. Il pericolo, ancor più che dalle fiamme, viene dal fumo. La gran parte delle vittime degli incendi è infatti indiretta: non perde la vita durante il rogo, ma nei mesi e anni successivi a causa dell’esposizione alle sostanze tossiche e cancerogene contenute nei fumi. Il Global strategic communication council (Gscc) ha ricordato recentemente i dati relativi agli incendi australiani del 2019. In quel caso, a fronte di 33 morti dirette si registrarono migliaia di ricoveri in ospedale e almeno 417 decessi in eccesso rispetto alla media del periodo, presumibilmente legati all’esposizione al fumo.

In ogni caso, un nemico ben peggiore del fuoco è il caldo, che a sua volta contribuisce ad aumentare gli incendi. L’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), nel suo ultimo report, parla di uno «squilibrio energetico» mai visto in decenni. Con questa formula, come spiegava Luca Lombroso su Valori.it, ci riferiamo alla situazione in cui l’atmosfera terrestre trattiene più radiazione solare di quanta non ne disperda nello spazio. Riscaldando, di conseguenza, il Pianeta. È sempre il Gscc a fare il punto sulle conseguenze nella prima metà del 2026. La Groenlandia ha vissuto il suo gennaio più caldo mai registrato. La Spagna, dopo aver subito il clima più secco in oltre mille anni, ha visto i suoi gennaio e febbraio più piovosi da quasi mezzo secolo. La Francia ha dovuto fare i conti con ondate di caldo fuori stagione a febbraio – con temperature da primavera inoltrata – a poche settimane di distanza da piogge prolungate che avevano già messo in allarme l’intero Paese per il rischio alluvioni. Infine, alcuni stati del Brasile hanno subito il mese più piovoso di sempre, con le conseguenti inondazioni.

Estate 2026 in Europa, il ruolo di El Niño secondo la Noaa

La scienza del clima si occupa del lungo termine – di solito, l’arco temporale è quello dei decenni. La meteorologia, all’opposto, studia l’evoluzione del breve periodo: dai pochi giorni ai pochi mesi. È questa seconda che dobbiamo interrogare per sapere cosa ci aspetta nell’estate che verrà. I dati che abbiamo raccolto, però, ci forniscono la cornice. Viviamo in un clima più imprevedibile che in passato, più aggressivo che in passato, con più pericoli del passato.

C’è poi un ulteriore elemento da considerare – che non deriva dal riscaldamento globale, ma si somma ai suoi effetti. Stiamo parlando di El Niño. Si tratta di un fenomeno metereologico ciclico, che torna ogni cinque anni in media e dura meno di sei mesi. Consiste in un aumento della temperatura delle acque nel Pacifico lungo la costa del Sudamerica, e contribuisce a modificare momentaneamente il clima di buona parte del Pianeta. Secondo la National oceanic and atmospheric administration (Noaa), una delle agenzie ambientali degli Stati Uniti, El Niño potrebbe tornare all’inizio dell’estate 2026 – ovvero, nelle prossime settimane. Aumentando, probabilmente, le temperature di un’estate europea già di per sé con ottime probabilità di essere incandescente a causa della crisi climatica.

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