Questo articolo è stato pubblicato oltre 5 anni fa e potrebbe contenere dati o informazioni relative a fonti/reference dell'epoca, che nel corso degli anni potrebbero essere state riviste/corrette/aggiornate.
Le 17 terre rare (o Rare earth elements, Ree) e i metalli critici sono fondamentali nella realizzazione di magneti e componenti-chiave nella costruzione di smartphone, computer, pannelli solari e turbine eoliche, batterie per autotrazione… La Cina rappresenta oltre il 90% delle forniture globali di terre rare, e cinese è il 70-80% di tutte le importazioni statunitensi di ossidi e metalli di terre rare.
Un dominio incontrastato imposto oggi innanzitutto attraverso poche grandi compagnie, dopo che Pechino, nel 2018, ha avviato una riorganizzazione del settore, emanando norme più severe per l’estrazione mineraria, le esportazioni e l’accesso all’industria. Una riforma che ha puntato su strategie di concentrazione industriale e una riduzione della produzione totale, prevista a 140mila tonnellate nel 2020, cioè 25mila tonnellate in meno del 2017, mentre la domanda interna di terre rare andava crescendo.
USA, Russia, ma anche Europa stanno cercando di recuperare affannosamente il terreno perduto rispetto al Dragone, verso il quale scontano una dipendenza quasi assoluta su tutti i fronti. Su quello delle materie prime (che si devono importare); su quello delle lavorazioni (i minerali grezzi devono essere esportati in Cina per effettuare i processi di raffinazione); sul piano commerciale (è sempre la Cina il miglior acquirente, ad esempio, dell’americana MP Materials).
Non per nulla gli Stati Uniti hanno aggiunto le terre rare alla loro lista di minerali critici e l’ex presidente Donald Trump aveva emesso un ordine esecutivo per incoraggiarne la produzione locale. Tra i Paesi maggiormente in balia dell’offerta cinese c’è inoltre il Giappone, che punta a ridurre la quota delle sue importazioni totali di terre rare cinesi a meno del 50% entro il 2025.
In questa gallery vi presentiamo le principali multinazionali che si spartiscono un mercato da cui dipende una grande fetta dello sviluppo tecnologico globale. 1. CHINA NORTHERN RARE EARTH. Nata nel 1997 dalla fusione di precedenti esperienze industriali, quotata dal 2018, è una compagnia specializzata nella produzione di concentrati di terre rare, metalli di terre rare, ossidi di terre rare, nuovi materiali di terre rare, con un orizzonte internazionale e un intenso traffico di importazione ed esportazione di materie prime e raffinati. Dichiara che la capacità di produzione è di 10mila tonnellate l’anno.
In particolare, lavora e commercia materiali magnetici di terre rare, di stoccaggio dell’idrogeno e per le batterie al nichel-idrogeno, per illuminazione a led e apparecchiature mediche (risonanza magnetica). Il cuore produttivo della compagnia si trova a Bayan Obo, la più ricca miniera al mondo per le terre rare con l’83% delle riserve cinesi, situata nella parte occidentale della Mongolia interna.
Registra 55,3 miliardi di dollari di capitalizzazione. Il fatturato del 2019 ha toccato i 18 miliardi di dollari e i ricavi sono stati di 616 milioni (il 30% circa dei quali deriva da dalle vendite dei materiali funzionali delle terre rare e dei loro sottoprodotti).
Stando a quanto riportato da Standard & Poor’s nel 2018, nell’ambito del programma nazionale cinese di concentrazione del settore indotto dal ministero dell’Industria e dell’information technology, e a seguito di grossi problemi legati anche all’attività di estrazione mineraria illegale, il China Southern Rare Earth Group avrebbe assorbito altri tre operatori della provincia (il Ganzhou Rare Earth Group Co.Ltd., la Jiangxi Copper Corp. e la Jiangxi Rare Earth And Rare Metals Tungsten Group Corp). E con oltre 28mila tonnellate di produzione di terre rare si sarebbe affermata come seconda realtà del Paese per volumi.
Senza un sito web ufficiale né dati finanziari disaggregati, la compagnia appare in un articolo di Bloomberg del 2019 come sussidiaria della Jiangxi Copper Corp. Quest’ultima registra 73,7 miliardi di dollari di capitalizzazione. Un fatturato per il 2019 di 240,3 miliardi di dollari e quasi 2,5 miliardi di ricavi.
L’azienda è di proprietà diretta della Commissione statale cinese per la supervisione e l’amministrazione delle risorse (SASAC) e perciò gode di un supporto pubblico notevole che include sussidi annuali consistenti, iniezioni di capitale e di beni, trattamenti fiscali favorevoli. Ciononostante, come altre compagnie minerarie cinesi, è nel mirino delle autorità per violazione delle norme sull’inquinamento.
Registra 8,5 miliardi di dollari di capitalizzazione. Un fatturato per il 2019 di 190 miliardi di dollari e 851 milioni di ricavi.
Effettua fusione, lavorazione e distribuzione di tungsteno, molibdeno e altri prodotti in metallo non ferroso, oltre che gestire attività relative alle terre rare, come la fornitura di materiali per batterie e consulenze di gestione. Con un quartier generale sulla costa centro-orientale del Paese, praticamente di fronte a Taiwan e circa 14mila dipendenti, vanta una presenza internazionale consolidata dall’export, anche se oltre il 70% dell’ammontare delle vendite deriva dal mercato domestico.
Registra 21,7 miliardi di dollari di capitalizzazione. Il fatturato per il2019 è stato di 17,4 miliardi di dollari e i ricavi sono stati pari a 260 milioni.
Compagnia di proprietà statale, è stata nel mirino delle autorità per ripetute violazioni della normativa sull’inquinamento proprio nella sua unità di produzione di terre rare. Iscritta al social network professionale Linkedin con 48 dei suoi dipendenti/collaboratori, la compagnia pubblica sul sito Web ufficiale i report annuali aggiornati sulle proprie attività, seppure scritti solo in cinese.
Registra circa 15,5 miliardi di dollari di capitalizzazione, un fatturato in crescita dal 2016 (1,6 miliardi di dollari nel 2019) e ricavi per il 2019 pari a 85 milioni di dollari.
Benché l’avventura della nuova compagnia sia partita con ottime performance in Borsa, e vanti la spinta del governo a farne la riserva di terre rare d’America, la miniera sconta il grave limite di non produrre alcuna terra rara pesante, elementi chiave delle principali tecnologie.
Registra 5,2 miliardi di dollari di capitalizzazione. Il fatturato 2019 è stato di 73,4 miliardi di dollari e un saldo negativo in miglioramento per i ricavi: -13,4 milioni di dollari nel 2018, scesi a -6,75 nel 2019.
Un processo di crescita che – secondo gli analisti – richiederà tempo e moltissime risorse economiche, ma che è stato avviato con l’annuncio della costruzione di unnuovo centro di lavorazione delle terre rare nell’Australia occidentale. Le sue riserve sono conservate a circa 35 chilometri a sud di Laverton, nella miniera di Mount Weld da cui estrae neodimio e praseodimio (NdPr), lantanio (La), cerio (Ce) e terre rare pesanti miste (SEG).
Registra 4,03 miliardi di dollari di capitalizzazione. Il fatturato del 2020 è stato pari a 305 milioni di dollari (erano 365 milioni nel 2019) e i ricavi risultano in negativo, a -19,4 milioni di dollari.
ASM è proprietaria al 100% del sito estrattivo dove si trovano riserve interrate di zirconio, afnio, niobio, tantalio, ittrio e terre rare e che dovrebbe garantire risorse per oltre 70 anni. Ha stretto una joint venture con la sudcoreana Zirconium Technology Corporation (Ziron Tech) e produce una gamma di ossidi e metalli ad alta purezza. In particolare punta sull’offerta di metalli critici, con investimenti per produrre alcune leghe: una di neodimio-ferro-boro (NdFeB) e una a magneti permanenti di ferro-neodimio (FeNd).
Registra 616,6 milioni di dollari di capitalizzazione.
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