Parte 12
Finanza etica

Investimenti responsabili: una definizione, anzi sette

Non esiste una definizione univoca di "investimento responsabile". Oggi in Europa se ne possono contare 7, in base alle quali cambia il calcolo delle cifre investite

Di Matteo Cavallito, Emanuele Isonio, Mauro Meggiolaro
Una manifestazione studentesca per chiedere il divestment dai combustibili fossili, all'Università di Tufts, nel Massachusetts.

L’investimento sostenibile e responsabile (Sustainable and Responsible Investment, “SRI”) è un approccio caratterizzato da un orientamento di lungo periodo che integra i fattori ambientali, sociali e di governance (Enviroment, social, governance, “ESG”) nel processo di ricerca, analisi e selezione dei titoli che compongono il portafoglio degli investimenti. L’approccio unisce l’analisi dei fondamentali e l’engagement (l’attivismo degli azionisti attraverso la partecipazione alla vita assembleare, il voto e l’implementazione di campagne di pressione, ndr) alla valutazione dei fattori ESG, con l’obiettivo di intercettare rendimenti a lungo termine e di offrire un beneficio alla società influenzando (positivamente, ndr) il comportamento delle aziende”.

È questa la definizione elaborata dall’ultimo rapporto del Forum Europeo per gli Investimenti Sostenibili e Responsabili (European Sustainable Investment Forum, EUROSIF), un’associazione che comprende diversi fora nazionali del Vecchio Continente a cui partecipano oltre 400 organizzazioni e alcuni dei principali operatori del settore. Un perimetro piuttosto largo che si definisce in modo più preciso attraverso l’individuazione delle strategie di investimento.
La definizione offerta da EUROSIF nel primo studio sul settore pubblicato nel 2003 si basava su tre elementi che caratterizzavano i processi di scelta e di gestione dei titoli. L’analisi di allora, in particolare, descriveva l’investimento socialmente responsabile come un fenomeno caratterizzato da tre strategie individuali: lo screening elaborato (detto “Core SRI”), lo screening semplice e l’engagement. “Il termine ‘investimento sostenibile e responsabile’ è stato introdotto nel 2008 quando le strategie di screening erano già state suddivise nelle sottocategorie di screening negativo e positivo, e ad esse erano state aggiunte le strategie di integrazione e screening normativo (Norms-based screening)”.

Oggi alla definizione adottata da EUROSIF si affiancano ulteriori strategie di selezione e gestione degli investimenti. L’elenco, identificato dalla classificazione introdotta nel 2012 e tuttora confermata, ne comprende sette:

  1. esclusione di titoli Dall’universo investibile 
(Exclusion of holdings from investment universe)
  2. screening normativo (Norms-based screening)
  3. azionariato attivo (Engagement and voting on sustainability matters)
  4. inteGrazione esG (Integration of ESG factors in financial analysis)
  5. selezione Di titoli “best-in-class” (“Best-in-Class” 
investment selection)
  6. investimenti a tema sostenibile (Sustainability 
themed investments)
  7. impact investinG (Investimento a impatto positivo)

Nel periodo in esame (2013-2015) il comparto europeo degli investimenti responsabili analizzato da EUROSIF in 13 diversi Paesi − Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Regno Unito, Spagna, Sve- zia, Svizzera − ha evidenziato una crescita significativa nell’ambito di tutte e sette le categorie individuate.

1 – Esclusione di titoli dall’universo investibile

La strategia prevede l’esclusione a priori o a posteriori di un settore produttivo o di una compagnia il cui business risulta incompatibile con i criteri ESG o con gli standard normativi internazionali. “Il processo di esclusione include tipicamente la valutazione sull’ammontare dei ricavi o degli altri profitti aziendali generato dal prodotto che viene escluso. Questa strategia ha sperimentato negli anni una crescita esponenziale”.

Secondo EUROSIF le esclusioni più comuni riguardano il settore degli armamenti. A seguire, per volume di disinvestimento, tabacco, energia nucleare, pornografia, gioco d’azzardo, alcol e test sugli animali.

Nella classifica di categoria la Svizzera occupa la prima posizione del Continente con 2,5 trilioni di euro, seguita dal Regno Unito a quota 1,9 trilioni.

2 – Screening normativo

In base a questa strategia gli investimenti sono sottoposti a screening con l’obiettivo di valutare la compatibilità delle imprese in portafoglio con gli standard minimi di business practice basati sulle normative internazionali di riferimento.

La strategia si orienta secondo due direzioni:

  1. Definire l’universo investibile in base alla normativa in- ternazionale relativa agli investimenti responsabili e alle 
tematiche ESG;
  2. Individuare all’interno del portafoglio quelle imprese 
che operano in contrasto con le norme di riferimento sce- gliendo quindi di agire secondo due possibili opzioni: l’engagement, con l’obiettivo di indurre l’impresa stessa ad adeguarsi cambiando comportamento, o l’esclusione del titolo dal portafoglio.

In Europa gli investimenti soggetti a screening normativo sono cresciuti del 40% nel periodo in esame. La Francia guida la classifica degli investimenti Norms-based screening con 2,7 trilioni di euro di asset gestiti, seguita dall’Olanda a quota 936 miliardi. Il dato continentale potrebbe essere sottostimato dal momento che la ricerca EUROSIF non include la Norvegia dove questa strategia − come accade del resto in tutti i Paesi nordici − è ampiamente utilizzata. Emblematica, in questo senso, l’attività del FONDO SOVRANO di Oslo che rappresenta tuttora un punto di riferimento a livello globale nel settore degli investimenti responsabili.

3 – Azionariato attivo

L’azionariato attivo interessa in Europa investimenti complessivi per 4.270 miliardi (+30% rispetto al 2013), una cifra che vale il terzo posto nella graduatoria delle strategie più diffuse secondo i dati EUROSIF. Come spiegato dalla stessa organizzazione in una relazione diffusa nel 2013, le motivazioni che accompagnano questa strategia possono essere molteplici. Tra queste: “massimizzare i rendimenti ponderati per il rischio, migliorare la condotta del business, sottoporre all’attenzione questioni etiche o morali e contribuire allo sviluppo sostenibile. Molti investitori giudicano l’engagement come un dovere nei confronti dei loro beneficiari”18.

L’attività trova anche una sponda normativa a livello continentale. Il 3 aprile 2017 il Consiglio Europeo ha appro- vato la Shareholders Rights Directive (SRD), una norma che si propone di “rafforzare il coinvolgimento degli azionisti nelle grandi compagnie europee”19. La Direttiva aggiorna le linee guida fissate dal precedente intervento normativo (Shareholders’ Rights Directive 2007/36/EC) alla luce del- l’esperienza della crisi finanziaria che, rileva il Consiglio, ha evidenziato come gli stessi azionisti si siano trovati troppo spesso a tollerare le strategie più rischiose di un manage- ment eccessivamente focalizzato sui rendimenti di breve pe- riodo piuttosto che su una visione di lungo termine. “La nuova direttiva − spiega il Consiglio − prevede requisiti spe- cifici per incoraggiare l’impegno degli azionisti e incremen- tare la trasparenza”.

Tali requisiti si applicano alle seguenti aree:

  • 
Remunerazione dei manager
  • Identificazione degli azionisti
  • Facilitazione dell’esercizio dei diritti degli azionisti
  • Trasmissione delle informazioni
  • Trasparenzasull’attività degli investitori istituzionali, degli asset manager e dei consulenti (proxy advisors)
  • Relatedpartytransactions,ovveroletransazioniegliaccordi che intervengono tra due parti caratterizzate da un qualche legame o rapporto d’affari precedente all’operazione.

Nel biennio in esame, gli investimenti sottoposti a engagement and voting condotti in Europa sono cresciuti del 30%. Il Regno Unito svetta in graduatoria con 2,6 trilioni di euro davanti all’Olanda (726 miliardi). Davvero notevole l’espan- sione in Svizzera: +103% nel valore degli investimenti tra il 2013 e il 2015

4 – Integrazione ESG

Secondo i Principles for Responsible Investment (PRI), l’iniziativa lanciata nel 2005 dalle Nazioni Unite attraverso il coinvolgimento di una rete di investitori chiamati ad elaborare alcune linee guida per l’implementazione degli investi- menti responsabili, la ESG integration consiste nella “inclusione esplicita e sistematica da parte dei manager dei fattori ESG nell’analisi finanziaria tradizionale”21.

Questa strategia, nota EUROSIF, sembra essere diventata particolarmente popolare tra gli operatori tanto che oltre l’80% degli investitori interpellati nell’indagine dichiara di aver inserito tale criterio all’interno della documentazione formale che definisce la policy della compagnia22.

Le pratiche di integrazione, in ogni caso, restano difficili da valutare, come ammette la stessa EUROSIF: “A causa della significativa mancanza di chiarezza nel perimetro dell’integrazione dei fattori ESG, è tuttora molto difficile valutare la misura con la quale poter effettivamente confrontare le strategie che rientrano nella stessa denominazione. Nello Studio 2014, EUROSIF ha cercato di definire le categorie che potrebbero essere utilizzate per inquadrare l’approccio di integrazione applicato dai gestori degli asset. Tuttavia, stando ai risultati di quest’anno, riteniamo che ci siano ancora troppe variabili sconosciute che svolgono un ruolo nell’influenzare in modo significativo le pratiche di integrazione. In conclusione il concetto di integrazione deve ancora essere fissato e la sua definizione cambia a seconda del Paese e del gestore patrimoniale”.

In Europa gli investimenti caratterizzati da criteri di ESG integration ammontano a 2,6 trilioni di euro, il 39% in più rispetto alla rilevazione precedente. Il Regno Unito è il primatista continentale (1.136 miliardi di euro) davanti a Olanda (441 miliardi) e Svezia (359 miliardi).

5 – Selezione Di titoli “best-in-class”

È la strategia messa in campo dagli investitori che selezionano le imprese capaci di ottenere i migliori punteggi in termini ESG all’interno del loro comparto economico.

La strategia può essere applicata a tutti i settori, anche a quelli controversi. “Un fondo SRI, ad esempio, può agire in base a criteri che gli consentono di investire nel settore gas e petrolio ma limitatamente a quelle compagnie che si defini- scono ‘best in class’, ovvero le migliori della categoria sulla base dei risultati emersi nello screening ESG”.

Negli ultimi due anni gli investimenti Best-in-Class sono cresciuti in Europa del 40% toccando quota 493 miliardi di euro grazie soprattutto al contributo della Francia, dove il va- lore di questa categoria di investimenti raggiunge i 322 mi- liardi 26.

6 – Investimenti a tema sostenibile

La strategia consiste nella scelta di aree di investimento che sono tipicamente correlate con l’idea stessa di “sviluppo sostenibile”. Le operazioni coinvolgono così una varietà di te- matiche a partire da quelle ambientali. Determinante il cre- scente impegno degli investitori che negli ultimi anni, rileva EUROSIF27, “hanno cercato di evidenziare come la finanza possa reindirizzare i capitali e contribuire a spingere la tran- sizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio”. Gli operatori europei, in particolare, avrebbero puntato molto sul finanziamento dei progetti legati all’efficienza energe- tica e all’energia rinnovabile28. In questa categoria di investi- menti rientra a pieno titolo anche il fenomeno dei green BONDS, la cui espansione appare evidente tanto a livello europeo quanto a livello globale.

Negli ultimi due anni gli investimenti soggetti a questo criterio sono cresciuti del 146%. La Francia (43 miliardi) ha guidato l’espansione continentale con una crescita dei sustainability themed investments pari al 213%. Nella classifica per Paesi, l’Olanda si piazza in seconda posizione con 37 miliardi di euro di investimenti nella categoria; Regno Unito e Svizzera condividono la terza piazza a quota 21 miliardi.

7 – Impact investing

È la strategia che consiste nell’implementazione di investimenti che si ritiene possano avere un impatto positivo sullo sviluppo sostenibile.

L’espressione “Impact investing” è stata introdotta la prima volta negli Stati Uniti nel 2007, in occasione del Bellagio Summit, organizzato dalla Fondazione Rockefeller. Da allora l’espressione ha acquisito notevole visibilità. Il tema ha trovato spazio in occasione del World Economic Forum 2013 di Davos ed è stato al centro del primo G8 Social Impact Investment Forum realizzato nel Regno Unito nel giugno dello stesso anno31. In Italia resta rilevante l’interesse mani- festato da Assogestioni che ha dedicato interamente all’argomento la terza giornata del Salone del Risparmio.

Una definizione piuttosto puntuale viene dallo studio condotto nel 2012 da Uli Grabenwarter e Heinrich Liechten- stein, due ricercatori della IESE Business School dell’Univer- sità di Navarra. Gli autori dello studio definiscono l’impact investing come “ogni attività di investimento for profit che genera intenzionalmente benefici misurabili per la so- cietà”33. Secondo gli autori, gli elementi chiave della strategia sono:

  • la correlazione tra l’impatto e il rendimento finanziario, due elementi che non possono mai essere dissociati;
  • la volontarietà dell’impatto sociale;
  • la misurabilità dell’impatto sociale;
  • la necessità dell’investimento di generare un beneficio per 
la società.

Per quanto sia spesso considerato sinonimo di “social in- vestments”, l’impact investing sembra comprendere, soprat- tutto in Europa, anche quelle attività di business che gene- rano un impatto positivo in termini ambientali34. Anche per questo, la strategia “continua a giocare un ruolo chiave nel mercato SRI soprattutto dopo la XXI Conferenza Onu sul Clima (UN Climate Change Conference of the Parties, COP21) che ha definito un accordo di importanza fondamentale che ha fissato il quadro per ulteriori investimenti in tecnologie e infrastrutture a basse emissioni di carbonio”.

Caratterizzato da una crescita impressionante (+385% nel biennio in esame), l’impact investing europeo resta comunque ridotto dal punto di vista dei valori assoluti. L’Olanda è il primo mercato continentale con un volume di operazioni da 41 miliardi di euro davanti alla Danimarca, che si ferma a 31,5 miliardi.

 

* L’articolo è tratto dal rapporto “La finanza etica e sostenibile in Europa”, pubblicato nel 2017 dalla Fondazione Culturale di Banca Etica (Capitolo 1 della seconda parte: “Definire gli investimenti responsabili”)

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