Riso amaro: nelle risaie il caldo estremo si paga sulla pelle dei braccianti
Caldo estremo, paghe ridotte, caporalato: nelle risaie la crisi climatica si scarica sui braccianti. L'anello più debole della filiera paga il conto
Il riso sfama più della metà dell’umanità. Lo coltivano centinaia di milioni di persone, lo consumano miliardi. È antico quanto l’agricoltura stessa, eppure non è mai stato così fragile. La crisi climatica ne minaccia le rese, comprime le finestre di semina, moltiplica i parassiti. Ma il riso non è solo una coltura a rischio: è anche un detonatore politico. Quando il suo prezzo esplode, cadono i governi. Quando le esportazioni si bloccano, si innescano crisi umanitarie globali.
Dietro ogni chicco c’è una filiera che concentra il potere in alto e scarica il rischio in basso: sui braccianti esposti al caldo estremo, sui piccoli produttori senza reti di protezione, sui consumatori più poveri che non possono permettersi di mangiare altro. E su un Pianeta che non può più garantire le condizioni di cui il riso ha bisogno per crescere.
Questo dossier racconta tutto questo: la coltura, il lavoro, la filiera, la geopolitica. Perché nel riso, come spesso accade, si vede il mondo.
Gli articoli che compongono il dossier:
- Il clima che mette a rischio la coltura più fragile del mondo
Siccità, calore estremo, alluvioni: la crisi climatica minaccia la risicoltura. E le soluzioni per adattarsi rischiano di creare nuovi problemi - Nelle risaie il caldo estremo si paga sulla pelle dei braccianti
Caldo estremo, paghe ridotte, caporalato: nelle risaie la crisi climatica si scarica sui braccianti. L’anello più debole della filiera paga il conto - Chi controlla la filiera del riso decide chi paga il prezzo della crisi
Qualsiasi sarà la strategia per il futuro della produzione del riso, deve essere delineata con attenzione a tutti gli attori della filiera - Perché il prezzo del riso può far cadere un governo
Quando il prezzo del riso esplode, cadono i governi. Dal 2008 a oggi, il riso è un’arma geopolitica che nessun mercato finanziario riesce ad assorbire
La produzione del riso è sempre più vulnerabile, anche per via della crisi climatica. Mentre l’inizio della filiera è fragile, però, la fine della catena è fortemente rigida. Più del 70 per cento del mercato è controllato dalla grande distribuzione organizzata che decide in maniera inappellabile i prezzi. Nella maggior parte dei casi, al ribasso.
Questo genera una conseguenza molto facile da intuire. Se la produzione è rischiosa ma il prodotto è pagato poco, il rischio non viene assorbito dai margini di profitto. A pagarlo , come spesso accade, è l’anello più debole della catena: il bracciante. Nelle risaie, e in generale in agricoltura, la crisi climatica non significa solo fenomeni meteo violenti ma anche erosione del salario e dei diritti del lavoro. In un contesto in cui le condizioni oggettive sono già molto provanti.
Caldo estremo nelle risaie: quando il lavoro diventa letale
Nelle risaie il parametro di pericolo sul lavoro è l’indice Wbgt (Wet bulb globe temperature, la temperatura del bulbo umido). L’umidità eccessiva, tipica di una coltura come il riso, impedisce l’evaporazione del sudore compromettendo il raffreddamento naturale del corpo. Questo rende il calore biologicamente letale. Gli studi mostrano che sopra i 26 gradi centigradi Wbgt la capacità di raccolta cala drasticamente del 5 per cento per ogni grado.
I lavoratori agricoli hanno probabilità 35 volte superiori di morire per stress termico rispetto alla media degli altri settori. A questa mortalità acuta si somma l’epidemia silenziosa dell’insufficienza renale cronica causata dalla disidratazione ricorrente. Il sistema di pagamento a cottimo fa schizzare in alto la probabilità di questi rischi, visto che incentiva i braccianti a superare i propri limiti fisiologici scoraggiando le pause vitali per bere o riposare.
Finestre di semina sempre più strette: la pressione sui lavoratori agricoli
La pianta del riso ha una sensibilità biologica estrema. Se durante la fioritura si verifica un picco di calore, i fiori possono diventare sterili. Ogni volta che le temperature notturne aumentano di un grado, la resa cala del 10 per cento. Lo abbiamo visto anche nel “Triangolo d’oro” tra Vercelli e Novara, quando la siccità del 2022-2023 ha causato perdite produttive del 30-50 per cento e danni per 3 miliardi di euro.
Anche a causa della crisi climatica, le finestre per la semina e la raccolta si stanno restringendo. Questo genera una pressione frenetica sui lavoratori che si trovano costretti a sfruttare tutte le ore di luce, invece di concentrare il lavoro nelle fasce della giornata più fresche. L’instabilità climatica, inoltre, rende i raccolti meno prevedibili. Quando la produzione cala o diventa incerta, il rischio economico viene scaricato sul lavoro. Ancora una volta a pagarne il prezzo sono i braccianti, costretti ad accettare paghe inferiori e condizioni peggiori pur di continuare a lavorare.
Raccolti a rischio, permessi di soggiorno in bilico: così avanza il caporalato
L’incertezza climatica genera un’immediata instabilità occupazionale: se il raccolto fallisce, la domanda di personale cala. Per molti braccianti ciò significa non riuscire a rinnovare il permesso di soggiorno. Questo accade in diversi settori agricoli. Per compensare le perdite si diffonde il lavoro grigio, regolato da contratti truffa che dichiarano solo una parte delle ore o delle giornate lavorate.
Questo sistema è gestito da cooperative che non possiedono terra ma gestiscono manodopera a basso costo trattenendo quote illecite per trasporti e alloggi fatiscenti. Anche in Italia, i sindacati mettono in guardia da un caporalato del Nord che sfrutta la vulnerabilità di lavoratori pakistani, bengalesi, africani e cinesi.
Norme insufficienti e rischio scaricato sui braccianti: il costo umano dell’adattamento
Nonostante il caldo estremo, la minaccia del licenziamento e i sistemi di pagamento a cottimo incentivano i lavoratori a ignorare i segnali di collasso fisico pur di non vedere decurtata la paga. Le norme sulla sicurezza esistono, ma mancano standard termici vincolanti e protocolli chiari per il lavoro nei campi durante il caldo estremo. In pratica, la gestione del rischio viene scaricata sui lavoratori.
Tutto questo accade mentre molte aziende sbandierano le proprie attività per la protezione degli ecosistemi e il risparmio idrico, ignorando nel frattempo lo stress termico e i diritti di chi lavora nelle risaie. Se non si interviene sugli squilibri della filiera, l’adattamento continuerà a tradursi in un costo umano. A pagarlo, come sempre, non sarà chi ha generato la crisi, ma chi la subisce. L’anello più debole della catena.
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