Il prezzo del grano non nasce nei campi. NaturaSì chiede 20 centesimi in più sul pane
Il grano tenero è pagato 22 centesimi al chilo, sotto i costi di produzione. NaturaSì alza il pane di 20 centesimi per girarli agli agricoltori
Ce ne hanno messo di tempo, ma alla fine i presìdi di agricoltori, panificatori e autotrasportatori meridionali contro il caro carburanti sono riusciti a conquistarsi l’attenzione mediatica. I blocchi stradali, progressivamente estesi lungo tutta la Penisola, hanno denunciato il rincaro di prodotti essenziali per il lavoro. Ma non solo: insieme all’impennata dei costi di gasolio, energia e fertilizzanti, le proteste delle scorse settimane hanno evidenziato anche una questione di fondo. Le quotazioni di ritiro del grano sono crollate a livelli inferiori ai costi effettivi di semina e raccolto.
Con il grano tenero convenzionale pagato tra i 22 e i 25 centesimi al chilo e il biologico attorno ai 33 centesimi, il margine netto per chi lavora la terra si riduce a pochissimi euro per ettaro, quando non si chiude direttamente in perdita. Tra il 2006 e il 2025 la produzione italiana di frumento tenero è calata del 21%, aggravando la dipendenza del Paese dalle importazioni. E tra il 2010 e il 2020 le aziende agricole sono calate del 30%.
A denunciare le distorsioni nel meccanismo di formazione del prezzo del grano è anche NaturaSì, che ha lanciato la campagna “20 centesimi oggi per avere pane anche domani“.
Il prezzo del grano nasce nelle Borse merci di Foggia e Bologna
Il prezzo del grano nasce dai listini settimanali delle Borse merci nazionali: Foggia è il riferimento per il grano duro, da cui si fa la pasta, Bologna per il tenero, da cui si fanno farine e pane. Qui il valore della materia prima viene fissato in base a classi merceologiche rigide, che vanno dal grano “fino” al “mercantile”. Tali classi sono determinate da una serie di parametri come il peso specifico e il tenore proteico. Un sistema che, in teoria, dovrebbe premiare la qualità. Ma che in pratica finisce per essere scavalcato dalle dinamiche innescate dai meccanismi di importazione. Proprio nei mesi del raccolto estivo, infatti, i porti italiani sono meta di navi cariche di frumento estero la cui disponibilità, di fatto, satura l’offerta. La conseguenza immediata è il ribasso dei prezzi di ritiro pagati ai coltivatori locali.
FestiValori 2026, sabato 14 novembre a Milano: Non aspettiamo la prossima estate. Il festival di Valori e Radio Popolare, ingresso libero. Scopri il programmaC’è un’ulteriore anomalia. Mentre le quotazioni del grano all’inizio della catena di produzione oscillano e crollano periodicamente, il prezzo all’ingrosso e al dettaglio di pasta e pane continua a salire. Il diverso peso contrattuale via via che si dipana la catena di distribuzione, infatti, crea un imbuto, confermato dai dati dell’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea). Secondo l’ultimo rapporto dell’Ismea, su 100 euro spesi in prodotti agricoli freschi a chi coltiva la terra restano 7 euro di utile netto. Per i prodotti trasformati, come pane e pasta, appena 1,5. Il resto se ne va nei passaggi intermedi di stoccaggio, trasformazione industriale, energia e grande distribuzione, scaricando l’intero rischio d’impresa sul primo anello della filiera.
La finanziarizzazione porta il prezzo del grano a Chicago
Il fatto che il prezzo del grano sia sempre più distante dalla realtà dei campi dipende dal processo di finanziarizzazione che sta progressivamente investendo anche il settore agricolo. Anche per l’agroalimentare, le quotazioni della materia prima non si decidono più soltanto sulla base dell’incontro tra domanda e offerta fisica, ma a Chicago, Parigi, Londra, nelle sedi delle grandi Borse merci internazionali. Qui fondi d’investimento si scambiano contratti ires e strumenti derivati senza mai toccare un solo chicco di grano.
Nati a Chicago nell’Ottocento per proteggere produttori e commercianti dalle oscillazioni dei prezzi, dagli anni Novanta i derivati sono diventati sempre più spesso scommesse finanziarie al rialzo o al ribasso, che influenzano i prezzi reali e condizionano a cascata i listini locali.
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Quattro colossi del trading controllano il commercio dei cereali
Questa architettura poggia su un’elevata concentrazione di potere economico. Il commercio globale dei cereali è storicamente gestito da quattro colossi del trading: le cosiddette Abcd (Archer-Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus), che controllano la logistica e i flussi d’importazione. Anche le grandi Borse internazionali dove si scambiano i futures sono società quotate. Tra i loro principali azionisti compaiono gli stessi fondi d’investimento statunitensi presenti in Adm e Bunge: Vanguard, BlackRock e State Street.
Diverso è il caso delle Borse merci italiane, come quelle di Foggia e Bologna, che fanno capo alle Camere di commercio: qui i listini vengono fissati ogni settimana da commissioni di cui fanno parte agricoltori, commercianti e industriali. Ma le loro quotazioni risentono comunque di quanto accade sui mercati internazionali.
In questo circuito, il prezzo riconosciuto a chi lavora la terra non ha più nulla a che fare con quel lavoro o con i costi effettivi del raccolto ma risponde soltanto ai rendimenti finanziari. La cui eventuale instabilità, però, è scaricata interamente su produttori (a monte) e consumatori (a valle).
NaturaSì: 20 centesimi sul pane per pagare meglio il grano
NaturaSì, catena di circa 350 negozi specializzata nel biologico, ha provato a elaborare una risposta a questo meccanismo. L’obiettivo dichiarato è sovvertire le logiche della grande distribuzione, del prezzo civetta e degli sconti a tutti i costi. Con la campagna “20 centesimi oggi per avere pane anche domani” chiede a chi acquista il pane nei suoi negozi di pagare 20 centesimi in più al chilo. L’intero ricavato viene trasferito ai coltivatori di grano della filiera, sommandosi ai premi di prezzo già riconosciuti dall’azienda.
Secondo l’azienda, l’integrazione permetterà di pagare il grano agli agricoltori fino a 53 centesimi al chilo, oltre il 60% in più rispetto alla quotazione di agosto. Una cifra che, sostiene NaturaSì, copre i costi reali di produzione e garantisce un margine di lavoro dignitoso.
Al di là del dato economico, l’iniziativa rivendica un significato politico e culturale, cioè slegare la remunerazione di chi lavora i campi dalle oscillazioni speculative e proporre un modello di trasparenza in cui consumatori e distribuzione si fanno carico insieme della tenuta del settore primario. Una strada pratica, materiale, che costa pochissimo a chi compra, per contrastare l’abbandono delle terre, tutelare la sovranità alimentare e assicurare che ci sia ancora qualcuno disposto a seminare.




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