Le storie dal futuro del 2025: i lumicini che resistono al buio
Le Storie dal futuro del 2025 raccolgono esperienze che, tra crisi e conflitti, mostrano come costruire oggi un futuro più giusto e abitabile
Anche quest’anno le guerre non sono finite. Nemmeno a Gaza, dove più volte si è parlato di un presunto cessate il fuoco che, sulla pelle dei palestinesi, non ha mai davvero fermato il fuoco. Anche quest’anno la spesa militare è aumentata, insieme alla cultura della guerra e alla sua progressiva normalizzazione nel linguaggio pubblico e politico. La crisi climatica ha continuato ad avanzare, portando con sé milioni di vite e cambiando per sempre il volto di intere aree del Pianeta. La Cop30 si è consumata come un rito stanco, incapace di produrre risposte efficaci a impatti climatici sempre più feroci. Anche quest’anno abbiamo inquinato, devastato, desertificato ed emesso molto più di quanto potremmo permetterci.
Anche quest’anno la forbice delle disuguaglianze si è allargata. Sono sempre meno quelli che hanno tantissimo, sempre di più quelli che hanno poco o nulla. I servizi pubblici hanno continuato a ridursi, e questo significa che chi ne ha più bisogno vi accede sempre meno. Anche quest’anno, ovunque nel mondo, bambine e bambini sono morti per il freddo, per la fame, sotto le bombe.
Anche quest’anno il mondo è stato governato da un gruppo ristretto di uomini e donne (ma più uomini) arroganti, volgari e sempre più arroccati nella tutela dei propri interessi e dei propri spicchi di potere, mentre il Pianeta va allo sbando e le persone diventano lontane, minuscole.
Capirete che fare giornalismo in un contesto simile non è l’esperienza più stimolante. Quasi tutto ciò di cui ci si trova a parlare è sfruttamento, violenza, ingiustizia.
Un lumicino nel buio
Per questo raccontiamo le Storie dal futuro. Un po’ per autotutelarci: hanno innanzitutto una funzione terapeutica per noi. Come quando, in un momento di sconforto, esci a prendere aria per ossigenare il cervello. E un po’ perché siamo convinte – e vogliamo trasmettervelo – che il mondo non sia solo questo. Che ci sia altro, ben altro, e che dimenticarcene rischi di rendere questo posto un po’ più brutto. Sapere che esiste, ricordarcelo, raccontarcelo, serve invece ad accendere un lumicino dentro questo tunnel: a guidarci verso l’uscita, o almeno a ricordarci che un’uscita, da qualche parte, ci sta aspettando. Se ci mettiamo in cammino per raggiungerla.
Le Storie dal futuro del 2025 dimostrano che esiste un modo diverso di vivere il presente. Un modo che, prima di tutto, tiene in mente il futuro.
Il futuro delle bambine e dei bambini
Il futuro immediato passa dalla necessità e dalla tutela delle più piccole e dei più piccoli. È quello che fa Kirkes, piccola scuola di arti acrobatiche che a San Martino Siccomario, nel Pavese, offre alle bambine un luogo di formazione ginnica sicuro, lontano dai contesti tossici dell’agonismo.
È quello che fa Booq, la bibliofficina di Palermo, che ha trasformato una biblioteca in uno spazio di costruzione del futuro, capace di offrire a bambine e bambini non solo un luogo, ma stimoli per diventare curiosi, fare domande e iniziare a scoprire il mondo.
Ed è quello che fa Il tappeto di Iqbal che, a Barra, nella zona orientale di Napoli, accoglie ragazze e ragazzi, li sottrae allo sfruttamento, alla dispersione scolastica e alla criminalità e, tra sport e arti circensi, li porta in giro per l’Italia e per il mondo, a conoscere luoghi che altrimenti non avrebbero visto.
Il futuro dei luoghi
C’è poi il futuro più concettuale: il modo in cui dovremo stare al mondo per avere, davvero, un futuro. È quello che hanno provato a fare le scout e gli scout dell’Agesci Lazio con la riqualificazione del Parco di Turona, restituendo alla comunità un ecosistema preziosissimo.
Gli ecosistemi e la relazione con chi li abita sono anche al centro dell’azione di Orto Collettivo, che a Genova dimostra ogni giorno che è possibile vivere in città e, allo stesso tempo, curare la natura e lavorare con essa. Facendo un favore alle persone, alle comunità e ai territori.
Che poi è ciò che accade anche a Milano, con Cascinet, azienda agricola sociale e associazione culturale, ma soprattutto un modo per uscire dalla solitudine. O nelle Langhe, nel Roero e nel Monferrato, dove Rural Pop-up riattiva spazi inutilizzati nei piccoli borghi, offrendo nuove opportunità alle aree interne socialmente desertificate.
Un modo diverso di abitare i territori
Tutte queste esperienze ci dicono che esiste un modo diverso di abitare i territori, intesi sia come spazi fisici sia come luoghi delle comunità. Lo ribadisce Cittadini sostenibili, l’associazione che a Genova costruisce comunità energetiche e progetti locali per la transizione ecologica, coinvolgendo cittadinanza e istituzioni.
Può essere un modo che punta a recuperare ciò che rischia di essere dimenticato, come fa la Cooperativa Santa Fucina che, nel cuore del Salento, riparte dagli ulivi secolari per immaginare come sarà quel territorio — e chi lo abita — tra cent’anni. Oppure può significare fare in modo che quante più persone possibili si approprino del futuro, lo prendano e lo lavorino con le proprie mani. Come accade a Mestre, a The Hub – Human Bits, uno spazio in cui il digitale si fa concreto e inclusivo, al servizio della cittadinanza e del territorio.
E la società
Esiste anche un modo diverso di abitare il mondo, inteso come Pianeta fisico, ma anche come società. Un modo in cui il lavoro coincide con la dignità, e le due cose sono sovrapposte, inscindibili.
È quello che succede a Sant’Ilario d’Enza, in provincia di Reggio Emilia, dove Art Lining, azienda di interni per cravatte destinata al fallimento, è diventata una delle prime cooperative rilevate da lavoratrici e lavoratori in Italia. Ed è quello che fa Fairbnb, piattaforma di prenotazione di bnb alternativa che promuove turismo sostenibile e utilizza le commissioni per finanziare progetti locali e tutelare i territori.
È il sogno – rimasto tale – di cinque Ragazze Terribili che dal 1988 portano in Sardegna artiste e artisti dai palchi di tutta Europa. Ed è ciò che accade nel Giardino di Scidà, a Catania, dove I Siciliani Giovani raccolgono l’eredità di Pippo Fava in uno spazio confiscato al boss che ne ha ordinato l’uccisione.
La cura alla base del nostro stare insieme
Per un anno vi abbiamo raccontato tante storie diverse che, in fondo, sono sempre la stessa. La storia di un futuro costruito a partire da relazioni virtuose: con noi stesse e noi stessi, con i luoghi che abitiamo e con quelli che non abitiamo. Come fa Sea Shepherd, che difende oceani, squali, balene, tonni e tante altre specie che popolano ecosistemi ancora in gran parte misteriosi. O come accade nelle relazioni tra le persone, quando alla base c’è un’idea semplice e potente: che la cura debba essere il nostro modo di stare insieme.
Che sia cura sanitaria, come quella che provano a costruire le cittadine e i cittadini di Padova nel loro ambulatorio popolare. O come quella praticata dai medici dello studio Humanitas, che nel cuore della Terra dei Fuochi inventano ogni giorno un modo di fare medicina in un territorio contaminato, con la sanità allo stremo. O come quella delle attiviste e degli attivisti del Caracol Olol Jackson che, per ricordare un compagno morto, hanno creato un luogo da cui la cura si diffonde a 360 gradi: per chi ha bisogno di una dentista o di un oculista, di un libro o di un pacco alimentare, di una serata culturale o di ballare la trash fino all’alba.
Candele in mezzo al buio
Sono storie che parlano di un modo di occuparsi delle altre e degli altri che parte da un proposito semplice, che vi abbiamo già raccontato: «Quando hai più di quanto ti serve, costruisci un tavolo più grande, non un muro più alto». È l’idea di mondo dei “giovani pensionati” di Ekonvoi, che supporta famiglie in povertà e diffonde la cultura della lotta agli sprechi nelle scuole dell’Unione Terre di Castelli. Ed è la stessa idea, forse un po’ più punk, che anima la Perugina di Genova, capace di attraversare un secolo trasformandosi da Società di Mutuo Soccorso a Circolo Arci senza mai cambiare il motivo per cui esiste: sostenere la comunità. Guardare a chi ha di meno, o a chi ha perso tutto, ci sembra l’unico modo sensato di abitare questo piccolo Pianeta.
Come ci ricorda la poesia di Maḥmūd Darwīsh: «Pensa agli altri». E ancora: «Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso, e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio». È quello che hanno pensato Antonio Bocchifuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti che, con Il loro grido è la mia voce, hanno raccolto poesie scritte sotto i bombardamenti a Gaza come atto di resistenza e testimonianza. Portandoci alle orecchie un grido che chiede di essere ascoltato.
L’impegno a cercare ciò che non è inferno
Abbiamo chiuso l’ultima newsletter del 2024 augurandovi, per il 2025, tante Storie dal futuro. Un augurio per cui, come queste storie insegnano, ci siamo impegnati in prima persona. È bello il termine “impegnarsi”, perché deriva dall’idea di pegno: mettere qualcosa di proprio a garanzia di ciò che si fa, si dice, si promette. Le storie che raccontiamo sono storie di impegno perché, in tutto il Paese, centinaia di persone mettono qualcosa di sé nella costruzione del futuro. E lo rendono migliore.
Ci sono citazioni che conosciamo quasi a memoria. Una, per me, è di Italo Calvino. È così nota da sembrare banale, ma resta eternamente vera: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere che e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
Per il 2026 rinnoviamo il nostro augurio, che è anche un invito. Cerchiamo ciò che non è inferno e raccontiamolo. Troviamo lumicini in questo tunnel. Siamo candele in mezzo al buio.
E se conosci una Storia dal futuro che merita di essere raccontata, scrivici.




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