Transizione energetica: chi pagherà il prezzo nella Ue?

La riconversione del settore carbonifero impatterà su 500mila lavoratori europei. Cruciale le politiche di sostegno per le nuove fonti promesse da von der Leyen

L’Unione Europea prevede di ridurre le emissioni di gas ad effetto serraGas che compongono l’atmosfera terrestre. Trasparenti alla radiazione solare, trattengono la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre, dall'atmosfera, dalle nuvole.Approfondisci di almeno il 50% entro il 2030 e di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Ciò richiederà una transizione dai combustibili fossili alle fonti di energia rinnovabile. In particolare, questo significherà eliminare gradualmente il carbone come fonte di energia, con impatti su posti di lavoro ed economie regionali. Per sostenere questa transizione energetica, la Commissione Europea guidata dalla presidente Ursula von der Leyen ha proposto un Meccanismo di Transizione Equa (Just Transition Mechanism, Jtm) nell’ambito del Green New Deal europeo. Ma cosa significa questo meccanismo? E quali impatti avrà?

Una “transizione equa”

L’idea di “transizione equa” riconosce il contributo che in passato è stato fornito allo sviluppo economico europeo delle regioni industriali del Vecchio Continente e sottolinea la necessità di condividere i futuri costi del passaggio a un’economia a bassa emissione di carbonio e a un’economia resiliente al clima.

Come firmataria dell’accordo di ParigiL’Accordo di Parigi è un documento d’intesa tra le nazioni facenti parte dell’UNFCCC che è stato raggiunto nel 2015 al termine della Cop21.Approfondisci del 2015, la Ue si è impegnata a ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra del 40% rispetto al 1990. Il Green New Deal europeo presentato dalla Commissione europea l’11 dicembre scorso porterebbe l’obiettivo della riduzione entro il 2030 ad almeno il 50% del valore 1990 e metterebbe la Ue saldamente in carreggiata per raggiungere la piena neutralità climatica entro il 2050.

Dall’energia, la metà delle emissioni Ue

Tutto questo però ha un costo, come spiegato da un recente rapporto del Servizio Studi del Parlamento Europeo. Secondo i dati Eurostat più recenti, il 54% delle emissioni totali di gas serra della Ue nel 2017 arrivava dalla combustione nel settore energetico: i combustibili fossili, e in particolare il carbone, sono ancora tra i principali contributori. Le restanti fonti di emissioni sono i trasporti, l’agricoltura, la produzione industriale e la gestione dei rifiuti.

Mentre la Ue è sulla buona strada per centrare l’Obiettivo 2020 di riduzione delle emissioni del 20%, per raggiungere gli obiettivi 2030 e 2050 occorreranno maggiori sforzi e una gestione equilibrata delle trasformazioni socioeconomiche delle regioni maggiormente colpite. Anche la “transizione equa” è stata discussa alla conferenza COPLe Conferences of Parties (Conferenze delle Parti) sono dei summit annuali organizzati dall’UNFCCC, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici.Approfondisci25 di Madrid del dicembre scorso.

128 miniere e 207 centrali a carbone

Nel 2018, il carbone ha fornito circa il 16% del mix di produzione di energia nella Ue, con le componenti rimanenti provenienti dalle energie rinnovabili, da nucleare, gas, petrolio e altre fonti. Il carbone è usato principalmente per generare elettricità, nell’industria e per il riscaldamento dei privati: in alcuni Stati Ue, l’uso del carbone è marginale o assente, ma in altri il suo peso sulla generazione elettrica raggiunge o supera il 40% (Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania e Grecia) o fino all’80% (Polonia). Secondo il rapporto del 2018 della Commissione sulle “regioni carbonifere della Ue”, nel 2015 c’erano 128 miniere di carbone in 12 Stati membri e 207 centrali elettriche a carbone in 21 Stati membri.

Produzione energetica Ue fonti 2019
Le fonti energetiche nella UE nel 2019. FONTE: European Parliamentary Research Service su dati Eurostat

Carbone, l’Est Europa trema: a rischio 2/3 dei posti di lavoro

L’occupazione diretta nel settore carboniero ammonta a 238mila posti di lavoro (di cui 185mila nelle miniere e 53mila nelle centrali a carbone). Le regioni con il maggior numero di posti di lavoro diretti nel settore del carbone sono situate in Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Grecia, Polonia e Romania.

L’indotto della catena del valore del carbone, tra cui produzione di energia, fornitura di attrezzature, servizi, ricerca e sviluppo e altre attività dipendenti forniscono ulteriori 215mila posti di lavoro, con una occupazione totale nelle attività dirette e indirette legate al carbone di quasi mezzo milione di persone.

Entro il 2030 si potrebbero perdere circa 160mila posti di lavoro diretti nel settore del carbone. Questo corrisponde a circa i due terzi dell’attuale impiego solo in attività dirette, con ulteriori perdite di lavoro previste nei settori correlati. Il settore carboniero è già stato oggetto di decisi ed estesi interventi di phasing out, con produzione e consumo in costante calo sin dagli anni 90 del secolo scorso, ma impatti importanti sulle economie regionali anche in termini di perdita di posti di lavoro nel settore sono ancora previsti in Bulgaria, Germania, Grecia, Polonia, Romania e Spagna, nonché nel Regno Unito.

Von der Leyen: 100 miliardi per gestire il passaggio

In ogni caso l’Unione Europea intende tenere duro per raggiungere i propri obiettivi climatici. Le strategie per pianificare la transizione possono facilitare la diversificazione delle economie locali, la creazione di nuove opportunità di occupazione, in particolare nel settore delle energie rinnovabili, e lo sviluppo di nuove infrastrutture energetiche. Il meccanismo di transizione equa (Jtm), che prevede di mettere in campo risorse sino a 100 miliardi di euro, è stato annunciato dal Presidente della Commissione Ursula von der Leyen nell’ambito del Green New Deal europeo, annunciato l’11 dicembre scorso.

Il meccanismo supporterà le regioni più colpite dalla transizione energetica, con finanziamenti provenienti dal programma InvestEU e dalla Banca europea per gli investimenti. Il meccanismo includerà un nuovo Fondo di transizione equa, inizialmente proposto dal Parlamento europeo nella sua risoluzione di marzo 2019, con finanziamenti provenienti dalla politica di coesione dell’UE.

Il vicepresidente esecutivo della Commissione, Frans Timmermans, è responsabile del portafoglio di azioni per il clima e per il Green New Deal europeo, mentre la commissaria per la coesione e le riforme, Elisa Ferreira, è stata incaricata di progettare il Fondo di transizione equo. Il sostegno sarà rivolto alle regioni industriali, carbonifere e ad alta intensità energetica.

Tuttavia, l’ambito esatto delle proposte delle attività da finanziare nell’ambito del meccanismo di transizione equa sarà presentato in sede legislativa entro pochi giorni. Una parte delle disponibilità finanziarie del Fondo del Meccanismo di transizione equa dovrebbero essere utilizzate anche per accelerare gli interventi energetici e di mitigazione ambientali sull’Ilva di Taranto.

Per il clima, 25% del budget europeo 2021-2027

Cosa succederà dopo? Si prevede che entro quest’anno avverrà l’adozione del quadro finanziario pluriennale per il 2021-2027 attualmente in fase di negoziazione. Ciò solleva il tema delle spese Ue mirate a obiettivi climatici che dovranno raggiungere il 25% del budget europeo rispetto al 20% indicato nell’attuale periodo finanziario pluriennale 2014-2020.

Il Green New Deal europeo prenderà la forma di una serie di proposte di nuovi interventi legislativi, tra cui una sul meccanismo di transizione equo. È probabile che questo sforzo collettivo porti l’Europa ad avvicinarsi al raggiungimento dei suoi obiettivi climatici a lungo termine, inviando al contempo un messaggio politico sulla giustizia climatica e la solidarietà con le regioni e i lavoratori più colpiti dalla transizione energetica.

Saranno inoltre adottati altri programmi della Ue, fornendo potenziali fonti di finanziamento che vanno dai finanziamenti sociali per la riqualificazione dei lavoratori e il supporto nella ricerca di lavoro alle opportunità di investimento nel settore dell’adattamento energetico e climatico e nella ricerca sulle nuove tecnologie pulite.

Questi includeranno strumenti come InvestEU, il programma Life, il Meccanismo per collegare l’Europa, Orizzonte Europa, il Fondo europeo di globalizzazione e adeguamento, il Fondo di modernizzazione, il Programma di sostegno alle riforme e i Fondi delle politiche di coesione europea. Poiché varie regioni competono per queste risorse, il meccanismo di transizione equa negoziato nel 2020 potrebbe fornire un notevole sostegno per mitigare le conseguenze economiche della transizione energetica nelle regioni più colpite della Ue.