Parte 15
Diritti umani

Campagna #Portichiusi, illegalità di Stato

Numerosi rapporti indipendenti denunciano le enormi illegalità perpetrate nei centri di prima accoglienza. CSM e Consiglio d'Europa «decreto Sicurezza incostituzionale»

Di Rosy Battaglia
L'insegna posta all'ingresso del centro migranti di Lampedusa. FOTO: delegazione del Gruppo GUE-NGL del Parlamento europeo scattata durante un'ispezione il 4 ottobre 2014.

In balia delle onde e della disumanità. In violazione al diritto internazionale e al diritto di approdo in un porto sicuro ma in ossequio al cinico mantra #portichiusi che vellica gli istinti più bassi dell’elettorato. Il dramma dei 49 migranti sulle navi SeaWatch3 e SeaEye riporta alla luce gli effetti del clima politico italiano e europeo sull’attuale assenza di forme strutturate di soccorso in mare e sull’indebolimento del diritto di asilo. Una ripetizione di quanto già successo ai naufraghi soccorsi dalle navi Aquarius e Diciotti lo scorso anno.

Ma quel che è peggio, nessuno in queste ore, tanto meno il governo italiano, ha avuto coraggio di ammettere che se anche le 49 persone venissero accolte in uno dei porti italiani dotati dei centri di prima accoglienza con approccio “Hotspot” come Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto, con l’entrata in vigore del decreto Sicurezza, verrebbero private della loro libertà personale. Imprigionati senza possibilità di allontanarsi. Da “porto sicuro” a anticamera per la detenzione nei Centri di permanenza e rimpatrio (Cpr).

Un approdo alla privazione dei diritti umani

Questo, infatti, sono diventati i centri di soccorso, assistenza e identificazione: l’approdo alla privazione dei diritti umani. Non sono illazioni, ma le denunce e le testimonianze già presentate in conferenza stampa alla Camera dei Deputati negli scorsi mesi dalla Coalizione Italiana per i Diritti Civili (CILD) che sull’hotspot di Lampedusa ha realizzato poi un ulteriore dossier (“Scenari di frontiera”).

Persone dormono all’aperto a seguito di uno sbarco. La foto risale alla notte tra il 9 e 10 marzo 2018. FOTO: CILD Indiewatch ASGI
Persone dormono all’aperto a seguito di uno sbarco. La foto risale alla notte tra il 9 e 10 marzo 2018. FOTO: CILD Indiewatch ASGI

Nelle pagine del documento presentato a Montecitorio, la descrizione di una situazione fatiscente: «La delegazione  ha potuto appurare come nell’hotspot non esista una mensa e il cibo, che gli ospiti devono consumare in stanza o all’aperto, sia di scarsissima qualità. I water alla turca e le docce sono senza porte, i materassi sporchi e malmessi. I cameroni con i letti uno a fianco all’altro possono ospitare fino a 36 persone senza nessuna separazione tra uomini, donne e minori. Non ci sono lenzuola oppure sono di carta sostituite solo dopo settimane, quando sono danneggiate in modo evidente e irreparabile.
L’acqua calda è assicurata solo un’ora al giorno, l’acqua corrente nei bagni è interrotta dalle 21 alle 7, con la conseguenza di un quotidiano accumulo di liquami all’interno dei locali igienici che sono posti a pochi metri dalla stanza dei materassi e da questa non separati da alcuna porta o altra chiusura. Viene fornita una sola bottiglia d’acqua per tutto l’arco della giornata».

Percosse e torture

E alle carenze strutturali, si aggiungono racconti di percosse e vere e proprie torture, su donne e bambini. Racconta ad esempio Ahmed, uno dei minori incontrati dalla delegazione:

«Io sono stato picchiato tante volte dalla polizia e dagli altri maggiorenni. Anche un cane della polizia mi ha morso e i poliziotti ridevano mentre mi mordeva e non facevano nulla».

La ferita provocata dal morso di un cane della Polizia di Stat sulla mano di Ahmed, minore detenuto nell'hotspot di Lampedusa. FOTO: CILD Indiewatch ASGI
La ferita provocata dal morso di un cane della Polizia di Stat sulla mano di Ahmed, minore detenuto nell’hotspot di Lampedusa. FOTO: CILD Indiewatch ASGI

E suo padre, Aziz prosegue:

«Succede spesso che ci mettono fuori mentre perquisiscono le stanze e ci chiedono di stare fuori in silenzio e se parliamo ci picchiano con i manganelli, anche ai minori».

Segni dovuti a colpi di manganello rilevati durante la visita della delegazione di Ong all'hotspot di Lampedusa. FOTO: CILD Indiewatch ASGI
Segni dovuti a colpi di manganello rilevati durante la visita della delegazione di Ong all’hotspot di Lampedusa. FOTO: CILD Indiewatch ASGI

«Legalizzate pratiche illegali»

Lampedusa nel 2018 è stato il 3° porto di sbarco nel Mediterraneo per consistenza numerica degli arrivi: dal gennaio del 2018 sono transitate 29.141 persone. Il decreto Salvini, proseguendo sul solco del decreto Minniti, ha legalizzato le pratiche illegali, cioè, precisano i curatori del rapporto, Francesco Ferri e Adelaide Massimi, «disciplina per legge alcune delle prassi illegittime riscontrate», con il rischio di compromettere l’esercizio del diritto di asilo.

Preoccupazione per gli effetti del decreto sicurezza sugli hotspot

Prassi illegittime, diventate ”legittime per legge” come:

  • il trattenimento fino a 30 giorni per la determinazione e verifica dell’identità e della cittadinanza per i richiedenti asilo (a cui si sommano altri 180 giorni in un Centro Per il Rimpatrio, in caso di mancata identificazione),
  • applicazione accelerata e in frontiera delle procedure di valutazione della domanda di asilo,
  • trattenimento in luoghi cosiddetti “impropri” dei cittadini stranieri destinatari dei provvedimenti di espulsione.

Le accuse di CSM, Consiglio d’Europa e Garante detenuti

Tutto ciò in violazione degli obblighi costituzionali derivanti dagli articoli 10 e 117 della Costituzione. Tanto che già lo scorso novembre il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) ne aveva rilevato l’incostituzionalità.

Il testo mostrerebbe diverse “criticità”, secondo il parere che la 6a Commissione del CSM ha approvato all’unanimità. In particolare, il legislatore «non individua i parametri in base ai quali il questore può decidere di trattenere o meno lo straniero, in tal modo accordandogli una discrezionalità svincolata da qualsiasi tipizzazione dei presupposti di esercizio».

Anche il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, aveva già evidenziato che, il sistema di ricezione e integrazione italiano, avrebbe potuto essere messo ancor più in difficoltà, «non consentendo ai richiedenti asilo di accedere al sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar)». Esattamente come la protesta dei sindaci contro l’abolizione del permesso umanitario sta denunciando.

E sulle condizioni dei migranti negli hotspot e nei Centri per il rimpatrio italiani, è intervenuto anche il Garante nazionale per i diritti delle persone detenute o private della libertà personale, che li definiti “luoghi informali di segregazione” e ha dedicato loro un capitolo del Rapporto al Parlamento 2018.

Preoccupazione per gli effetti del decreto sicurezza sugli hotspot

Organizzazioni imbavagliate

A Lampedusa le organizzazioni curatrici del rapporto “Scenari di Frontiera”,  hanno costituito un presidio giuridico stabile, con un team di avvocati, ricercatori e comunicatori. Un modo per poter vigilare direttamente in loco. Anche perché, sottolineano gli autori del rapporto, all’interno degli hotspot accedono unicamente organizzazioni che hanno avviato protocolli di intesa con le prefetture e il Viminale. Quelle cioè che forniscono determinati servizi (assistenza sanitaria, informativa legale) e gli enti di tutela (OIM, UNHCR, Save the Children) che, con il Ministero dell’Interno, hanno veri e propri contratti. Enti che per questioni di competenza o per impegni contrattuali, quali l’obbligo di riservatezza, non danno informazioni pubbliche.

Tutto ciò si traduce in una difficoltà di accesso per le organizzazioni esterne che rende gli hotspot, e le aree di sbarco, luoghi sostanzialmente chiusi, con procedure che avvengono al loro interno, invisibili e inaccessibili.

L’importanza del monitoraggio civico

Ecco, quindi, l’importanza del monitoraggio civico delle Ong. Basti pensare che gli operatori di Cild, Asgi, Indie Watch e ActionAid hanno raccolto le informazioni intercettando i migranti vicino alla recinzione del centro. Non esistono infatti meccanismi per regolare ingresso e uscita dalla struttura.

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Eppure l’Italia è già stata condannata, come ricordano gli avvocati di Asgi, dalla Corte europea dei diritti umani, per la detenzione illegale dei migranti, per il mancato accesso a mezzi di ricorso effettivi contro la detenzione e per l’assenza di rimedi per denunciare le condizioni di accoglienza.

2262 morti sulla coscienza nazionale

«In Italia si entra solo chiedendo permesso e per favore» ha dichiarato il Ministro dell’Interno Salvini, dando seguito alla strategia europea di cui l’Italia, già con l’accordo con la Libia nel 2017, si è fatta promotrice: esternalizzare le frontiere. A partire dalla “chiusura dei porti”, riuscendo a “criminalizzare la solidarietà” e le Ong. Privando la società civile di un punto di osservazione indipendente su quanto accade lungo la rotta del Mediterraneo centrale.

Strumenti volti a bloccare i flussi migratori: il risultato è la drastica diminuzione dell’arrivo di cittadini stranieri attraverso il Mediterraneo centrale. Le conseguenze? Già nei primi otto mesi del 2018 è aumentata la percentuale delle persone morte nel Mediterraneo: una ogni 18 arrivi. Al 31 dicembre 2018, ricorda l’UNHCR, una strage con 2262 persone morte o scomparse nel Mare Nostrum.

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