Parte 10
Speculazione

Il deja vù della gestione migranti: il nuovo decreto è una pacchia per i big

Realtà coinvolte in Mafia Capitale, società legate a corporation francesi: le nuove regole che tagliano i fondi favoriscono i soliti pesci grossi senza scrupoli

Di Rosy Battaglia
Una foto della mensa del CARA di Mineo, scattata dai delegati dell'Assemblea Parlamentare OSCE in visita alla struttura il 21 giugno 2015

In gioco ci sono almeno 3 miliardi di appalti. A tanto ammonta il giro d’affari dei big della migrazione, gestita dalle prefetture, trasformate in stazioni appaltanti, con la vigilanza dell’Autorità anticorruzione.

Basta leggere i provvedimenti di aggiudicazione per ritrovare i medesimi nomi che si ripetono. Non solo in Sicilia, ma in Piemonte, in Veneto, a Roma: come le italiane Badia Grande, Edeco, La Cascina Global Service e la francese Gepsa, leader nella gestione delle carceri in Francia.

Molte di loro, con ogni probabilità, saranno favorite dall’applicazione del Decreto Salvini, tutto proteso a superare il sistema SPRAR di accoglienza diffusa. Sono loro ad essere infatti in grado di assorbire i tagli voluti dal Viminale. In favore dei big del settore infatti giocano le economie di scala già messe in atto nella gestione emergenziale. E per di più potranno essere coinvolti attraverso la procedura negoziata. In pratica gli appalti potranno essere assegnati senza previa pubblicazione del bando di gara.

L’accoglienza modello-Salvini? Triplicherà i costi. Azzerando i servizi

Gli affari dentro al CARA di Mineo

L’esempio più eclatante è quello del CARA di Mineo, il più grande centro d’accoglienza d’Europa. Può contenere fino a 4mila persone e la sua gestione, oggi per 2400 immigrati, vale quasi 50 milioni di euro. Il ministro Salvini ne aveva auspicato la chiusura lo scorso giugno. Ma fino al 30 settembre 2018 era ancora nelle mani della Casa della Solidarietà, coinvolta nell’inchiesta Mafia Capitale, la capogruppo dell’associazione temporanea d’imprese che aveva stipulato il contratto d’appalto nel novembre del 2014.

La gestione del nuovo appalto, suddiviso in 4 lotti spalmati su 3 anni, dopo due anni di procedure, ricorsi, interventi dell’Autorità Anticorruzione, è stato aggiudicato dalla Prefettura di Catania, per complessivi 40,8 milioni di euro. I ribassi vanno dal 20 al 27%. Percentuali in grado di sbaragliare pure la Croce Rossa Italiana, anch’essa tra i candidati alla gestione. Diminuzioni di prezzo possibili solo con politiche draconiane attuabili da chi è in grado di gestire grandi numeri: tagli al personale e servizi di assistenza per i migranti ridotti all’osso.

Al Cara di Mineo proteste per i tagli del Decreto SalviniBadia Grande assopigliatutto

Dal primo di ottobre, l’organizzazione del Cara di Mineo è così passata a una serie di società e cooperative. La prima aggiudicataria è Badia Grande, coop bianca, asso pigliatutto della gestione dei migranti in Sicilia, e non solo. Capofila di un raggruppamento temporaneo d’imprese che comprende altri quattro consorzi, per più di 13,5 milioni, con un ribasso percentuale pari al 20,05%. Rappresenta l’organismo gestore dei progetti della Caritas diocesana di Trapani.

Il nome del suo ex direttore, padre Sergio Librizzi, attualmente agli arresti domiciliari, in attesa di un nuovo processo per molestie sessuali ai migranti in cambio di permessi di soggiorno, appare nelle audizioni della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza nel trapanese.

L’elenco dei centri gestiti dalla coop nel tempo è lungo: dalla tendopoli di Kinisia si è passati al CARA di Salinagrande (chiuso nel 2015 e poi riaperto nel 2017 con altre finalità), al CAS a Bonagia, agli hotspot di Trapani e di Messina, al CIE di Milo, al Centro accoglienza di Alcamo. Sino allo sbarco recente nel Settentrione, con l’aggiudicazione della gestione del Centro di Bagnoli, in provincia di Padova.

La Cascina di Mafia Capitale

Altra storia è quella società cooperativa romana “La Cascina Global Service”, che nella gara del Cara di Mineo si è aggiudicata la gestione dei pasti per 15 milioni di euro, con un ribasso del 20,20%. La società fa parte del già citato gruppo “La Cascina”, coinvolto nell’inchiesta Mafia Capitale, con cui condivide anche la sede, a Roma, in via Francesco Antolisei n. 25.

Dal 2017 a oggi, però, bisogna rilevare, che non si è ancora tenuta neppure la prima udienza del troncone siciliano dell’inchiesta sul Cara di Mineo sulla concessione dell’appalto dei servizi dal 2011 al 2014.

Cascina Global Service, intanto, dichiara nel proprio sito di gestire i servizi di ristorazione, bar, pulizie e portierato all’interno del dipartimento per le Politiche del personale del ministero dell’Interno. Mentre per l’inchiesta Mafia Capitale nel 2015, aveva dovuto subire la risoluzione contrattuale da parte del comune di Aosta per il servizio di mensa scolastica e di ristorazione dell’Azienda Usl.

La Edeco e quell’inchiesta per frode

Tra le imprese partecipanti al bando del Cara di Mineo, poi, appare la Edeco, cooperativa sociale onlus, con sede a Battaglia Terme (PD), coinvolta in un’altra inchiesta della Procura di Padova per il reato di associazione per delinquere finalizzata alla frode in pubbliche forniture. Ironia della sorte, la coop padovana è stata scalzata, proprio nel suo territorio, ad aprile 2018, da Badia Grande, la coop trapanese, nella gestione del centro di accoglienza a San Siro di Bagnoli.

Anche Gdf-Suez è della partita

Pochi sanno, invece, chi è GEPSA, società di capitali francese, che fa capo alla francese Engie, ricollegabile alla società energetica GDF-SUEZ, come ricorda Angelo Moretti, animatore della rete dei piccoli comuni Welcome. Gepsa, specializzata nei servizi per le strutture carcerarie d’oltralpe, è attiva nel territorio italiano da anni. Vincendo diversi bandi, da sola o in raggruppamento con altre associazioni come Acuarinto, realtà del terzo settore di Agrigento che da 26 anni lavora in sei diverse regioni d’Italia.

Gepsa gestisce il Cpr di Corso Brunelleschi a Torino, dove quest’estate c’è stata l’ennesima rivolta, dopo aver avuto, per anni, anche quello di Ponte Galeria a Roma. Ha in mano l’ex Cie di Via Corelli a Milano, ora centro di accoglienza in dismissione. Perché dovrà trasformarsi in un Centro per il rimpatrio (Cpr) da 145 posti, secondo quanto previsto dalla legge Minniti e ratificato dal decreto Salvini, pur con l’opposizione del comune di Milano. Manca ancora il bando di assegnazione della prefettura, come riporta l’agenzia Redattore Sociale.

Una situazione catastrofica

Già perché ad oggi nessun bando è stato riassegnato, dopo la sospensione voluta dalla circolare di luglio di Salvini a luglio e il nuovo capitolato d’appalto, presentato lo scorso 7 novembre.

Secondo Simone Andreotti, presidente della cooperativa sociale InMigrazione, una situazione tale da generare il caos.«Ci arrivano notizie di licenziamenti e riduzione di orari in attesa dei nuovi bandi che dovranno seguire le indicazioni del capitolato Salvini, e credo non usciranno a breve: le Prefetture sanno quanto la messa in pratica di queste linee guida sia catastrofica». E nel frattempo? «Nel frattempo si procederà con le proroghe tecniche dei vecchi bandi». Ed è tutto un deja vù.


La precisazione de La Cascina Global Service

A seguito della pubblicazione di questo articolo, l’amministrazione de “La Cascina Global Service” del Gruppo La Cascina preme rettificare e precisare:

«Nell’articolo della vostra giornalista Rosy Battaglia ogni riferimento ai fatti di “Mafia Capitale” lede profondamente l’immagine e la reputazione dell’azienda dove, ogni giorno, lavorano migliaia di persone con professionalità e dedizione.

Alla luce di quanto contestato, la dirigenza tiene a rilevare diverse imprecisioni nel paragrafo dedicato alla ristorazione collettiva in Valle d’Aosta: non solo il servizio era ed è erogato tuttora dalla Vivenda Spa (e non dalla Cascina Global Service come da voi erroneamente sostenuto), ma anche non si è mai verificata alcuna risoluzione contrattuale fra l’amministrazione comunale e l’azienda. La stessa Vivenda Spa, per altro, ha ottenuto il massimo punteggio per il rating di legalità rilasciato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Il giudizio di tre stellette, accordato in adunanza il 28 aprile 2017, è frutto sia delle dichiarazioni rese dall’azienda sia degli accertamenti e delle valutazioni effettuate dall’Authority.

Bisogna poi precisare che in data 27/7/2015 il decreto di amministrazione giudiziaria emesso dal Tribunale di Roma ha confermato che, ai sensi dell’art. 34 del D.Lgs. 159/11, La Cascina “non ha alcuna preclusione, anche solo temporale, alla partecipazione/aggiudicazione alle gare di appalto e ciò anche con riferimento alle procedure le cui offerte sono state presentate prima dell’adozione del provvedimento prefettizio…, anche in considerazione del gravissimo e irrimediabile danno che deriva alle attività aziendali“. Tale circostanza sin dal mese di agosto del 2015 ha determinato la sospensione e poi la revoca delle misure interdittive. Inoltre il 26/07/2016 il Tribunale di Roma ha notificato ai dirigenti del Gruppo La Cascina la revoca della misura dell’amministrazione giudiziaria, la restituzione delle società ai soci e il reintegro dei preesistenti Consigli di Amministrazione. Pertanto la Cascina e tutte le imprese afferenti al Gruppo sono libere di operare nel mercato.

Pertanto il passaggio sui servizi di ristorazione, bar, pulizie all’interno del dipartimento per le Politiche del personale del ministero dell’Interno è da ritenersi a tutti gli effetti speculativo, fuorviante e lesivo dell’immagine del Gruppo».

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