Le fabbriche più “verdi” del mondo sono in Bangladesh. Ma verdi per chi?

Le fabbriche più “verdi” del mondo sono in Bangladesh. Ma dietro le certificazioni ambientali restano lavoro invisibile, salari bassi e diritti compressi

Una fabbrica certificata Leed © Fahad Faisal/Wikimedia Commons

Diciotto delle venti fabbriche più “green” del Pianeta si trovano in Bangladesh. Un dato che sembra raccontare una storia di successo: il cuore della produzione globale di abbigliamento che si reinventa all’insegna della sostenibilità ambientale. Il Sud globale che guida la transizione, mentre il Nord certifica.

Eppure, basta fermarsi un attimo per cogliere la contraddizione. Il Bangladesh è uno dei Paesi più vulnerabili alla crisi climatica, oltre a essere uno dei principali laboratori della fast fashion globale e uno dei luoghi dove i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori continuano a essere sistematicamente compressi. Ed è questa contraddizione che viene messa in evidenza nella ricerca “Fabbriche verdi, lavoro grigio” promossa da Fair, l’organizzazione che coordina la Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. Un’indagine nata dalla collaborazione con il Bangladesh Centre for Worker Solidarity che valuta l’industria dell’abbigliamento da cui si riforniscono diversi brand di moda che popolano le vetrine delle nostre città. Tra i quali Benetton, Decathlon, Fruit of the Loom, Gap, H&M, Hugo Boss, Ovs, Zara, Wrangler. 

La ricerca prende in esame le fabbriche tessili certificate Leed in Bangladesh e lo fa ribaltando il punto di vista abituale per guardare alla sostenibilità con gli occhi di chi ogni giorno lavora in quelle aziende raccontate come fabbriche “green”.

Leed: come funziona la certificazione della sostenibilità globale

La certificazione Leed (Leadership in Energy and Environmental Design) è uno degli standard più riconosciuti a livello internazionale per valutare la sostenibilità degli edifici. Nata negli Stati Uniti alla fine degli anni Novanta, si è rapidamente diffusa in tutto il mondo diventando uno strumento di legittimazione per imprese e istituzioni.

Il Bangladesh è un caso emblematico. Con oltre 240 fabbriche certificate, è il Paese con il maggior numero di stabilimenti Leed al mondo. Un primato spesso rivendicato dall’industria locale e dai marchi internazionali come prova dell’impegno ambientale del settore dell’abbigliamento.

Ma la ricerca “Fabbriche verdi, lavoro grigio” parte da un assunto: Leed misura gli edifici, non le filiere. Valuta l’efficienza energetica, la gestione dell’acqua, alcuni aspetti della qualità ambientale interna. Non impone l’uso di energie rinnovabili, non richiede un monitoraggio sistematico delle prestazioni reali nel tempo. E, soprattutto, non dice quasi nulla sulle condizioni di lavoro.

Dopo il Rana Plaza, una sostenibilità a metà

La corsa alla certificazione verde si è intrecciata con l’esigenza, da parte dell’industria dell’abbigliamento, di ripulire la propria reputazione. Dopo il crollo del Rana Plaza nel 2013, che ha causato oltre 1.100 morti, l’industria tessile del Bangladesh è finita sotto i riflettori internazionali. La pressione dell’opinione pubblica e l’attività di sindacati e organizzazioni internazionali per i diritti delle persone lavoratrici ha portato alla nascita di accordi vincolanti sulla sicurezza degli edifici e alla diffusione di audit e standard.

Interventi che hanno prodotto alcuni miglioramenti reali. Ma la ricerca mostra come la “svolta verde” si sia innestata su un modello rimasto sostanzialmente invariato: produzione just-in-time, compressione dei costi, forte asimmetria di potere tra marchi globali e fornitori locali. In questo contesto, le fabbriche Leed diventano soprattutto un fattore reputazionale per i brand: uno strumento per dimostrare conformità agli standard Esg senza mettere in discussione le logiche profonde del sistema di produzione di abbigliamento.

Verde fuori, tossico dentro: cosa succede davvero nelle fabbriche “green”

Le voci delle lavoratrici e dei lavoratori, raccolte dai curatori della ricerca, rendono evidente la distanza tra immagine e realtà. Ciò che emerge è che la sostenibilità delle fabbriche certificate Leed sia piuttosto estetica che di sostanza.

Gli spazi esterni sono curati: ci sono alberi, giardini, acqua filtrata. Ma all’interno persistono problemi gravi: caldo estremo, ventilazione insufficiente, polveri, ritmi produttivi insostenibili.  «Se si guarda la fabbrica dall’esterno, è bella, sembra un giardino», dice Shima. «Ma a che serve se non possiamo lavorare in pace? Abbiamo segnalato più volte il problema del caldo estremo ai nostri supervisori, ma non è cambiato nulla. Abbiamo anche chiesto delle tende, se non altro per ripararci dalla luce diretta del sole, ma senza alcun risultato». Le misure adottate – ventilatori, pause occasionali, soluzioni saline durante le ondate di calore – alleviano alcuni disagi, ma non affrontano le cause strutturali. «Questa fabbrica è verde solo di nome», racconta Fatima.

Nelle fabbriche con certificazione Leed, in media, le retribuzioni sono leggermente superiori al salario minimo legale. Ma il salario minimo in Bangladesh resta ben al di sotto di qualsiasi stima di salario dignitoso. Inoltre, l’aumento salariale è spesso compensato dall’intensificarsi dei ritmi di lavoro: obiettivi produttivi più elevati, straordinari di fatto obbligatori, maggiore pressione da parte dei supervisori. Il risultato è che il miglioramento formale delle condizioni economiche non si traduce in una vita più dignitosa.

La grande assente: la voce di chi lavora

Non solo. Proprio come nelle fabbriche non certificate, in quelle “green” la presenza sindacale è rarissima. I comitati interni esistono, ma sono spesso controllati dal management e percepiti come strumenti di facciata, utili più per gli audit che per risolvere i problemi reali. Molti lavoratori dichiarano di non sapere nemmeno cosa sia la certificazione Leed, pur lavorando in stabilimenti che la esibiscono come fiore all’occhiello. La sostenibilità viene calata dall’alto, come requisito di mercato, non costruita come processo condiviso.

La transizione ecologica avviene senza chi lavora. Questo è il filo rosso che attraversa l’intera ricerca e che inserisce queste dinamiche in una cornice più ampia. Per i marchi e le istituzioni del Nord globale, la priorità è la mitigazione: ridurre le emissioni, rendere le catene di fornitura più “efficienti”, raggiungere obiettivi climatici misurabili. Per il Bangladesh, come per il Sud globale, invece, la questione centrale è l’adattamento. Caldo estremo, inondazioni, innalzamento del mare colpiscono direttamente le comunità e i luoghi di lavoro. Ma l’adattamento è meno finanziato, meno “vendibile”, meno compatibile con le logiche di mercato che guidano la transizione verde globale.

Oltre il greenwashing: cosa significa davvero una transizione giusta

La ricerca sulle fabbriche “verdi” non si limita alla denuncia. Propone una distinzione chiara fra tre possibili approcci alla transizione giusta: protettivo, proattivo e trasformativo.

Nel breve periodo, servono misure di protezione: salari dignitosi, contrasto allo stress da caldo, prevenzione della violenza di genere. In un’ottica proattiva, invece, i sindacati affiliati all’Ilo interpretano la transizione giusta nei termini di una crescita verde sostenibile. Rivendicando che senza diritti sindacali, contrattazione collettiva e reale partecipazione dei lavoratori, ogni politica verde rischia di restare superficiale. Nel lungo periodo, però, l’approccio trasformativo pone una sfida ancora più radicale: mettere in discussione il modello della fast fashion, l’ideologia della crescita infinita e una sostenibilità pensata per non disturbare i profitti.

Il messaggio politico della ricerca è netto: la sostenibilità non è una questione tecnica, né un problema di certificazioni. È una questione di potere. Finché la transizione ecologica sarà guidata dal mercato e non dai diritti, produrrà edifici più efficienti, ma non vite migliori. E le fabbriche più verdi del mondo continueranno a sorgere nei luoghi in cui chi lavora ha meno voce per dire cosa significhi, davvero, sostenibilità.

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