«Ciò che rende invisibili le donne nella filiera del cibo è il sistema patriarcale»
Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, sull'invisibilità delle donne nella filiera del cibo, il rapporto tra città e aree interne e il governo dal ...
Nelle aree interne italiane circa un’impresa agricola su quattro è guidata da una donna, eppure restano “protagoniste invisibili”. Quegli stessi territori – collinari e montani, il 70% del Paese – ospitano una parte rilevante della produzione agricola e della biodiversità nazionale, ma soffrono spopolamento e abbandono. Sono i numeri attorno a cui ruota Buono e Bio in Festa, la due giorni promossa all’Orto Botanico di Roma da Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia, in collaborazione con Sapienza e Mountain Partnership-Fao: talk, mercato e laboratori per ragionare sul cibo come terreno che tiene insieme città e campagna, lavoro agricolo, salute e futuro dei territori.
Barbara Nappini, prima presidente donna di Slow Food Italia, quelle aree le frequenta da quando ha lasciato quindici anni di lavoro nella moda per la campagna toscana. Da allora insiste su un punto che ribalta il senso comune: le terre “marginali” sono la culla della gastronomia italiana, non un problema da assistere. L’abbiamo incontrata a margine dei lavori per capire cosa significhi davvero un rapporto «paritetico» tra città e campagna, perché il cambiamento che invoca sia «culturale oltre che colturale», e cosa rende invisibili le donne lungo la filiera del cibo. La sua risposta su quest’ultimo punto è netta: «Le rende invisibili il sistema patriarcale».
A Buono e Bio in Festa si è parlato molto del rapporto tra città e aree interne, e nel comunicato lei lo parla della necessità di un dialogo “paritetico”. Ma i dati dicono che le aree interne sono ancora al servizio delle città più che alla pari. Cosa servirebbe perché smettano di essere pensate come fornitrici?
Serve prima di tutto un cambio paradigmatico culturale, che non riguarda soltanto i rapporti tra città e campagna, ma una visione diversa della società, un’altra idea di mondo: un’idea in cui non si accetta come premessa necessaria lo sfruttamento di qualcosa o di qualcuno.
Lo squilibrio che leggiamo tra città e campagna non è fortuito e non è fatale: è frutto di scelte precise. Le aree interne sono state depauperate di servizi, si è scelto di convogliare milioni di persone dalle campagne e dalle montagne verso le pianure, per la manodopera che serviva all’industria. Sono tutte scelte politiche. La cattiva notizia è che sono scelte; ma la buona notizia è che, proprio perché sono scelte, possono essere cambiate.
Lei fa spesso riferimento al bisogno di un cambiamento culturale. Ma è una cosa lunga e difficilmente misurabile. Cosa risponde a chi dice che senza politiche sui prezzi e sulle norme la cultura da sola non sposta gli equilibri?
Penso che l’una non escluda l’altra: serve un approccio sistemico. Già il dualismo – «non basta il cambiamento culturale, e allora la politica che fa?» – è il problema. Il riduzionismo è finito, è obsoleto. In un approccio sistemico si tiene insieme quello che si può fare a scuola, la consapevolezza degli adulti, quello che può fare la legge, la politica, l’industria. Perché c’è stato un cambiamento culturale, dal secondo dopoguerra a oggi, fortemente condizionato dal modello industriale.
Volendo, si può andare in una direzione piuttosto che in un’altra: si tratta di scelte, non di fatalità che ci capitano come i terremoti. E la cultura è ciò che sta alla base delle scelte. È tutto legato.
A proposito di scuola: lei la definisce spesso «troppo verticale, incapace di insegnare le connessioni». È una critica forte. Cosa dovrebbe entrare concretamente nella scuola italiana? E con quali risorse, per evitare che l’educazione alimentare resti un progetto extra a costo zero sulle spalle di insegnanti volenterosi?
Anche qui è in gran parte una questione culturale – e per fortuna, direi. Certo c’è anche un tema di risorse: invece che agli armamenti, i soldi potrebbero andare alle scuole. Sono scelte. Ma al di là di questo, la questione culturale è più ampia: siamo una società fondata sulla competizione, sull’antagonismo, sulla performance.
Quando si dice «slow food», e «slow» in generale, si intende un sistema valoriale che propone un’alternativa a questo modello: non dover arrivare primi, ma decidere di andare piano – nel cibo, nel turismo, nell’agricoltura, in qualsiasi ambito. È un modello culturale su cui si può costruire anche una società. La scuola è stata impregnata invece di una cultura competitiva e performante.
Togliere ai bambini – perché questo riguarda già la scuola primaria – l’idea di essere in gara col compagno, di dover dimostrare, che la loro identità sia rappresentata da un numero: tutto questo si può cambiare. Un’altra idea di scuola è quella in cui ognuno, in quanto miracolo unico che non si ripeterà mai, è di per sé prezioso, e in cui la nostra diversità fa bene a entrambi: non devo dimostrare di essere meglio di te, anzi, insieme siamo più di due.
A Buono e Bio in Festa si è parlato anche di donne in agricoltura, spesso protagoniste invisibili eppure numericamente importanti. Un dato: nelle aree interne un’azienda su quattro è guidata da una donna. Quando lei è diventata la prima presidente di Slow Food c’è stato grande clamore – e questo proprio in un campo, il cibo, che culturalmente associamo al femminile: la mamma, la nonna che cucinano. Ma poi, se percorriamo a ritroso la filiera del cibo, le donne scompaiono. Cos’è che le rende invisibili?
Le rende invisibili il sistema patriarcale. Il fatto che la mia presidenza abbia fatto clamore è perché ero in un ruolo, tra virgolette, di potere. Non è che non si sappia che le donne lavorano in agricoltura, nella ristorazione, nella vendita del cibo: è che non sono rappresentate nei luoghi decisionali. È quella la loro invisibilità. E non lo sono perché viviamo ancora in un sistema fortemente patriarcale.
Le cose stanno cambiando, ma siamo lontani da un equilibrio, dalle pari opportunità: lo dimostra il fatto che quando una donna ricopre un ruolo di rappresentanza è ancora considerato straordinario, un’anomalia. Per questo le donne – soprattutto le più giovani, le bambine, le ragazze – hanno bisogno di modelli, di donne che le rappresentino senza scimmiottare il modello maschile. A questo tengo molto: il valore aggiunto delle donne non sta nell’essere migliori degli uomini, ma nell’essere diverse. È necessario che abbiano il coraggio di portare la loro diversità in un modello di leadership. Altrimenti non serve a niente.
Per chiudere: l’eredità di Slow Food in un mondo in cui tutto sembra arretrare – il Green Deal in ritirata, la Pac che fa passi indietro, le proteste degli agricoltori strumentalizzate. C’è forse ancora più bisogno del messaggio con cui è nato Slow Food, di un’idea lenta del cibo. Quali sono le alleanze sociali su cui potete contare oggi?
Sicuramente le organizzazioni, come quelle con cui abbiamo costruito Buono e Bio in Festa: occorre allearsi con FederBio, lavorare con la Sapienza, contaminarsi con la Fao, con il Comune di Roma perché anche nella diversità ci si guadagna tutti, e sono attori importanti da coinvolgere in una visione comune.
Ma se dovessi guardare più in largo, anche al di fuori del mio ruolo, penso che la piccola rivoluzione sia un governo dal basso. È un concetto troppo poco sottolineato nella politica raccontata e vissuta: a fronte dei modelli verticistici, esistono tante esperienze orizzontali, diffuse, che stanno funzionando e che non vengono raccontate. Rappresentano un modello di autodeterminazione dei cittadini e delle comunità dal basso, e sono, a mio avviso, la vera alternativa in questo momento.




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