Ambiente

Clima, al via Cop 25. Si può ancora evitare il peggio: ecco il piano dell’Onu

Il mondo è ad un bivio: assistere ad una catastrofe o governare una rivoluzione. Ecco cosa occorre fare per salvare il clima della Terra

Di Andrea Barolini
Quasi 200 nazioni si riuniscono dal 2 al 13 dicembre a Madrid per la venticinquesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite © UNclimatechange via Flickr

Comincia oggi a Madrid la venticinquesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, la Cop 25. Comincia oggi un anno cruciale per le sorti del Pianeta. Le migliaia di delegati in arrivo da quasi 200 nazioni di tutto il mondo dovranno concordare un nuovo piano di azione globale capace di ridurre drasticamente le emissioni di gas ad effetto serra. E che renda davvero operativo l’Accordo di Parigi.

-7,6% di emissioni all’anno: così centreremo gli obiettivi di Parigi

Un impegno ambizioso e complesso. Ostacolato dalle miopi ritrosie di troppi governi. Frenato dalla bulimia di troppe multinazionali imprevidenti e dall’ostinata strategia aziendale dei colossi della finanza. Imbrigliato da penosi tentativi di contraddire la scienza, in nome del ritorno elettorale o del ritorno sugli investimenti. Eppure dall’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), accanto agli allarmi, emerge una speranza. Che pone i climatoscettici di ogni sorta spalle al muro: il modo per evitare il peggio esiste.

Il Rapporto Unep sul clima 2019

L’agenzia Onu ha infatti calcolato cosa occorre per scongiurare la catastrofe: «Dobbiamo ridurre le emissioni di gas ad effetto serra del 7,6%. Ogni anno. Per i prossimi 12 anni». Il che, tradotto, significa centrare un calo del 55% entro il 2030. In questo modo, secondo l’Unep, si potrebbe limitare la crescita della temperatura media globale sulla superficie delle terre emerse e degli oceani a 1,5 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali. Ben al di sotto, dunque, del limite massimo indicato dall’Accordo di Parigi, pari a 2 gradi.

Serve un sussulto delle grandi potenze economiche

Qualora ci si volesse “accontentare” di quest’ultimo limite, inoltre, le stime delle Nazioni Unite dicono che basterebbe abbassare le emissioni del 2,7% all’anno. Problema: finora il quantitativo di gas climalteranti disperso nell’atmosfera non solo non è mai diminuito. È perfino cresciuto. Costantemente. Dell‘1,5%, in media, negli ultimi dieci anni. Arrivando a toccare il record assoluto di 55,3 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2018.

clima sciopero
Una manifestazione per il clima del movimento Fridays for Future © Pixabay

«Finora – precisa il rapporto – nulla lascia immaginare che le emissioni possano raggiungere a breve il loro picco». Ovvero il massimo storico, prima della discesa. Nel frattempo, la temperatura media globale è già più alta di 1 grado rispetto a prima delle rivoluzioni industriali. Inoltre, se si continuerà al ritmo attuale, alla fine del secolo si arriverà a 3,4-3,9 gradi. Perfino 7, secondo gli scenari più drammatici indicati dagli scienziati.

E se anche si rispettassero tutte le promesse di riduzione delle emissioni avanzate dai governi nel 2015, prima della Cop 21 di Parigi, la crescita sarà di 3,2 gradi. Ulteriore traduzione: se si vorrà limitare il riscaldamento globale a 2 gradi, occorrerà triplicare gli impegni. Se non si vorranno superare gli 1,5 gradi, servirà quintuplicarli.

Inger Andersen: «Abbiamo perso tempo per un decennio»

Il motivo? Sul clima, negli ultimi dieci anni il mondo ha perso tempo: «Abbiamo procrastinato e procrastinato e siamo arrivati al punto in cui siamo», ha dichiarato all’agenzia Afp Inger Andersen, economista ed ecologista danese, direttrice dell’Unep. E se dalle piccole nazioni non manca l’impegno, ciò che serve è che a rimboccarsi le maniche siano le grandi potenze economiche. Cina, Stati Uniti, Unione europea, India, Russia.

Le Nazioni Unite hanno indicato in questo senso alcune azioni concrete. Dal divieto di entrata in servizio di nuove centrali a carbone in Cina, allo sviluppo massiccio di trasporti pubblici India. Passando per trasformazioni radicali dell’economia. Che non potranno avere luogo senza un cambiamento profondo «dei valori, delle regole e della cultura dei consumi». Una transizione su larga scala che dovrà essere accompagnata da misure sociali «per evitare esclusioni e resistenze al cambiamento». A noi la scelta: preferiamo assistere ad una catastrofe o governare una rivoluzione?

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