Parte 7
Ambiente

Mariagrazia Midulla (WWF): «Sul clima i governi hanno paura»

Intervista alla responsabile Clima e Energia del WWF: «Ecco cosa dovrà accadere per considerare la Cop 25 un successo»

Di Andrea Barolini
Una manifestazione per il clima del movimento Fridays for Future © Pixabay

«Occorre una spinta politica, puntare sulle rinnovabili, abbandonare le fonti fossili. Ma non basta: occorre anche cambiare modello economico». Mariagrazia Midulla è responsabile Clima e Energia del Wwf in Italia. Ha seguito numerosissime Cop nel corso degli anni. Vivendo momenti critici come quello del 2009 a Copenaghen così come vittorie come nel caso della Cop21 del 2015, che ha portato al raggiungimento dell’Accordo di Parigi.

Rispetto a quattro anni fa, il mondo arriva alla Cop25 di Madrid con un quadro politico decisamente cambiato, in peggio, per gli ambientalisti.

Il direttore esecutivo del WWF Stati Uniti, Carter Roberts, ha commentato il recente annuncio del presidente americano Donald Trump, relativo all’avvio ufficiale della procedura di uscita dall’Accordo di Parigi, spiegando che da quella decisione può dipendere la stabilità della vita sulla Terra. Ora, sappiamo che se tra un anno dovesse cambiare presidente, Washington potrà rientrare pressoché immediatamente nell’Accordo. Ma se invece andranno avanti su questa strada, la situazione sarà davvero complicata. È evidente perciò che, dal punto di vista politico, il momento attuale presenta davvero moltissimi problemi.

Cosa si può fare per uscirne?

Il mondo deve creare le condizioni affinché diventi inevitabile, per tutti, stare nell’Accordo di Parigi. Non più una scelta. I fatti, d’altra parte,  dimostrano che i cambiamenti climatici si stanno manifestando in modo più veloce rispetto a quanto previsto dagli stessi scienziati. La finestra, dunque, è sempre più vicina a chiudersi. È per questo che tutti i governi dovrebbero trattare la questione per quella che è: una crisi mondiale.

E per quale ragione non lo fanno?

Perché hanno paura di staccare un dividendo politico negativo. La transizione nella prima parte pone dei problemi. Mentre i vantaggi, sebbene enormi, sono successivi. E nessuno vuole correre rischi elettorali. Ma il problema non è solo politico: occorre parlare a tutti gli attori, a partire dalle aziende. E soprattutto dalle associazioni di aziende, che spesso rappresentano i settori meno avanzati dal punto di vista dello sforzo per il clima.

Di mezzo però ci sono enormi interessi economici…

Certamente. E anche necessità di breve termine dettate dai modelli economici e aziendali. Il problema però è che non abbiamo il tempo di aspettare che le cose cambino: abbiamo episodi di estinzioni di specie, frequenze e intensità inedite dei fenomeni meteorologici estremi. Mentre parliamo ci sono 50 gradi nello Zimbabwe e dal circolo polare artico, anche in autunno, continua a fuoriuscire metano a causa dello scioglimento dei ghiacci provocato dal riscaldamento globale. Che a sua volta determina un ulteriore aumento dell’effetto serra.

Una miniera di carbone in Slovenia. Il mondo dovrà finanziare una transizione energetica se vorrà centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi © Petar Milošević/Wikimedia Commons

La salvaguardia del clima è compatibile con il modello capitalista?

Economisti di spessore mondiale come Joseph Stiglitz hanno spiegato che il modello va rivisto. E anche molte aziende ormai lo ammettono. Credo serva un modello che sappia garantire l’iniziativa individuale ma anche l’aspetto comunitario. Quello attuale è evidentemente teso unicamente alla crescita, quale che essa sia, anche a scapito della qualità. È un dibattito che va aperto, forzando la volontà delle grandi corporation di scriversi le regole da sole. Ma per farlo servono strutture di governo, come sempre nei momenti di transizione.

La Cop25 di Madrid potrà essere considerata un successo se…?

Potrà essere considerata un successo se verranno annunciate azioni per rendere operativo l’Accordo di Parigi. Gli NDC (Nationally Determined Contributions), le promesse di riduzione delle emissioni fatte dai governi, sono il nodo centrale. Se non si fisseranno obiettivi ambiziosi il motore girerà a rilento. Quello della lotta ai cambiamenti climatici ma anche quello economico.

Per via del ritardo che accumuleremo?

Abbiamo visto ciò che è successo con il gruppo Fiat-Chrysler. Dicevano che le auto elettriche ponevano troppi problemi, che non erano il futuro. Salvo poi accorgersi che non è così, mettendo però a rischio migliaia di posti di lavoro. È questo che intendo quando dico che avere degli NDC ambiziosi significa avviare la macchina. Cosa che ha fatto la Germania, ad esempio, nonostante lo scandalo Volkswagen.

A patto di indirizzare bene le risorse a disposizione però…

È chiaro che i capitali dei vari Green New Deal di cui si parla dovranno essere essere spesi in modo mirato. Essenzialmente sullo sviluppo delle energie rinnovabili. Scelte come quella di puntare sul gas come fonte di transizione non farebbero altro che rallentare il processo. Ripeto: tutte le risorse e tutte le intelligenze devono essere concentrate sulle rinnovabili.

Lo spostamento della Cop25 da Santiago del Cile a Madrid, all’ultimo momento, potrebbe rendere più complicata la partecipazione delle Ong?

Lo spostamento è stato finanziariamente pesante per molti. Ma c’è una forte mobilitazione da parte delle Ong spagnole. Certo, la partecipazione sarà diversa, anche perché in America Latina questi eventi vedono un’enorme partecipazione della società civile. Inoltre, la presidenza è stata lasciata al Cile. E visto che Enel è tuttora proprietaria di centrali a carbone in attività, spero che si decida una volta per tutte a dirci quando vorrà chiuderle.

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