Parte 2
Ambiente

Cop 25, a Madrid per salvare il clima. Nonostante Donald Trump

Dal 2 al 13 dicembre il mondo si riunirà per la road map sul clima. Con una certezza: anche rispettandoli tutti, gli impegni presi finora sono insufficienti

Di Andrea Barolini

La Cop 25, dunque, si terrà. Non nel luogo in cui era stata prevista inizialmente, il Cile. Attraversato da una violenta protesta popolare contro condizioni di vita ingiuste e disuguaglianze estreme. La venticinquesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite sarà ospitata dalla capitale della Spagna, Madrid.

Le promesse avanzate finora non bastano. Anche se fossero tutte rispettate

Oltre 20mila persone saranno presenti nelle due settimane di negoziati, dal 2 al 13 dicembre. Dapprima i tecnici inviati da ciascuna nazione, nei primi sette giorni, quindi ministri, capi di Stato e di governo saranno chiamati a compiere passi avanti concreti sull’attuazione dell’Accordo di Parigi. In altre parole: fare ciò che è necessario per limitare la crescita della temperatura media globale, alla fine del secolo, ad un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali.

Il nodo principale da affrontare si chiama NDC, sigla con la quale gli addetti ai lavori indicano le Nationally Determined Contributions. Le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra avanzate dai governi di tutto il mondo. Esse furono inviate all’UNFCCC, la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite che organizza le Cop, nel 2015. I calcoli effettuati nel corso del tempo, tuttavia, hanno mostrato che tali impegni, pur se rispettati, non basteranno. La temperatura è destinata infatti ad aumentare ben oltre la soglia dei 2 gradi.

È per questa ragione che le Nazioni Unite hanno chiesto agli esecutivi di rivedere gli NDC. Alla Cop 23 di Bonn, in particolare, è  stato lanciato il dialogo di Talanoa che punta proprio a “raddrizzare” la traiettoria. Rendendo gli impegni più stringenti e ambiziosi. Problema: dal 2015 ad oggi sono cambiati i governi di Stati Uniti e Brasile, oggi nelle mani di leader apertamente climatoscettici.

«Politicamente – spiega Mariagrazia Midulla, responsabile Clima e Energia del WWF Italia – la situazione attuale presenta davvero moltissimi problemi. I fatti però dicono che le conseguenze dei cambiamenti climatici si stanno manifestando in modo più veloce rispetto a quanto previsto dagli stessi scienziati. Tutti i governi dovrebbero trattare la questione come una crisi mondiale».

Altro punto cruciale è quello legato all’applicazione dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, che prevede l’uso dei mercati per lo scambio di quote di emissioni di CO2. Dovrebbero rappresentare uno strumento per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, rendendo queste ultime onerose per le aziende. Finora, però, l’esperienza del mercato ETS (Emissions Trade System) in Europa è stata controversa.

Gli Stati Uniti avviano la procedura di uscita dall’Accordo di Parigi

Proprio il presidente americano Donald Trump ha di recente confermato la volontà di far uscire il proprio Paese dall’Accordo di Parigi. Giudicandolo «ingiusto» per l’economia statunitense. Il 4 novembre, primo giorno utile dal punto di vista legale, il segretario di Stato Mike Pompeo ha notificato ufficialmente la decisione alle Nazioni Unite. Avviando così un processo che durerà un anno (arrivando a ridosso delle elezioni presidenziali).

Trump durante un comizio a Phoenix, Arizona. Foto: Gage Skidmore Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

La Russia, al contempo, continua ad essere guidata da Vladimir Putin, di certo non un ambientalista. E in Europa, ancora oggi, alcun Paese risulta allineato all’Accordo di Parigi, secondo un rapporto della rete internazionale di associazioni ecologiste Climate Action Network. Pubblicato, tra l’altro, con il sostegno della Commissione europea.

Dalla Cop 21 di Parigi ad oggi, d’altra parte, sono stati effettuati soltanto avanzamenti parziali. Dopo la Cop 22 di Marrakesh, del tutto interlocutoria, a Bonn molte nazioni si sono presentate a mani vuote. Nel 2018, alla Cop 24 di Katowice, in Polonia, è stato invece approvato il “rulebook” che dovrebbe permettere di rendere operativo l’Accordo di Parigi. Un passo avanti, certamente, ma affiancato dallo scontro tra i governi sulle tecniche di contabilizzazione delle emissioni. A porsi di traverso in questo caso era stato soprattutto il Brasile. Ma, più in generale, troppo spesso l’impressione è che molti governi tentino di “rimpallarsi” gli oneri, scaricandosi vicendevolmente le responsabilità.

Ong in difficoltà per lo spostamento della Cop 25 dal Cile a Madrid

A Madrid, inoltre, a sostenere la causa ecologista potrebbero esserci meno attivisti del previsto. Dal 2015 ad oggi, l’azione di associazioni e Ong è stata determinante per spronare i decisori politici. Ma il cambiamento improvviso di sede da Santiago del Cile alla capitale spagnola renderà probabilmente impossibile la presenza di molti attivisti. «Questa situazione difficile non dovrà impedire che la Cop 25 si svolga in condizioni positive. E che coinvolga al massimo la società civile», ha commentato il Climate Action Network, rete di associazioni ecologiste che sarà presente a Madrid.

Nonostante tutto ciò, i cinque anni che la comunità internazionale si è data per passare all’azione, dopo la Cop 21, sono ormai quasi terminati. Il 2020 sarà in questo senso cruciale. O da Madrid si riuscirà a costruire un cammino comune e si otterrà un consenso ampio, oppure davvero, stavolta, potrebbe essere troppo tardi.

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