Parte 21
Ambiente

Il clima può attendere: dalle big del fossile $4.900 miliardi per nuovi progetti

Una ricerca Global Witness: dalle multinazionali Oil&Gas quasi 5 trilioni di dollari di nuovi investimenti. Una scelta incompatibile con l’emergenza clima

Di Matteo Cavallito
Foto: Erik Christensen Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

Emergenza clima questa sconosciuta. Almeno per le grandi multinazionali del fossile, intenzionate a investire quasi 5 trilioni di dollari in nuovi progetti esplorativi nei prossimi dieci anni. Lo denuncia Global Witness in un rapporto pubblicato oggi.

Gli sforzi delle major Oil & Gas, sostiene la Ong internazionale con sede a Londra e Washington, sono incompatibili con gli Accordi di Parigi sul contrasto al cambiamento climatico. Secondo lo studio, in particolare, le sole attività estrattive nei giacimenti non ancora in funzione o in via di sviluppo sarebbero già eccessivi. I volumi di produzione previsti, infatti, superano le soglie produttive indicate dall’Intergovernmental Panel on Climate Change per limitare a 1.5°C la crescita della temperatura media globale entro la fine del secolo.

Le più attive? ExxonMobil, Shell e Gazprom

Nelle classifica della major più impegnate nella corsa all’esplorazione svetta la statunitense ExxonMobil. Nel prossimo decennio, la corporation dovrebbe investire in tal senso 167 miliardi di dollari (149 solo nei giacimenti petroliferi). Al secondo posto la Shell (149 miliardi) seguita dalla russa Gazprom (132).

Cinque delle multinazionali in graduatoria (Exxon, Shell, Chevorn, Total e BP) spenderanno da sole oltre 550 miliardi nell’esplorazione e nella produzione di gas e petrolio al di fuori dei limiti fissati in base agli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale, sostiene lo studio.

«C’è un divario allarmante tra i piani delle major del petrolio e del gas e le ultime indicazioni fornite dagli scienziati per evitare la più catastrofica e imprevedibile crisi del clima» ha dichiarato Murray Worthy, Senior Campaigner di Global Witness e autore del rapporto.

La top10 delle compagnie impegnate in nuovi progetti petroliferi. FONTE: Global Witness, “Overexposed. How The Ipcc’s 1.5°C Report Demonstrates The Risks Of Overinvestment In Oil And Gas”, aprile 2019

Gas e petrolio Vs clima

Lo studio prende in considerazione scenari diversi. Ma nelle sostanza il risultato non cambia. Tra il 2020 e il 2029, le multinazionali investiranno 4,9 trilioni di dollari. 3,3 di questi nei nuovi impianti di estrazione petrolifera. Nell’ipotesi più ottimistica, soltanto il 18% degli investimenti nel greggio sarà compatibile con gli obiettivi sul clima. La produzione derivante dai restanti 4/5 sfonda, al contrario, le soglie stabilite. Non va meglio al gas. Nei due scenari meno problematici (su quattro totali) gli investimenti massimi consentiti dai limiti di produzione a tutela del clima viaggiano rispettivamente al 12% e all’11% dell’ammontare totale previsto (1,6 trilioni di dollari).

Nessuno degli scenari più benevoli, sostiene in ogni caso lo studio, potrebbe concretizzarsi in assenza di un esteso sistema globale di cattura e stoccaggio della CO2 tuttora di fatto mancante. «Ad oggi – dice Global Witness – ci sono solo due centrali elettriche al mondo che catturano la CO2, dopo lo sblocco di 28 miliardi di dollari di fondi pubblici per stimolare lo sviluppo della tecnologia».

La parola agli investitori

In questo contesto diventa decisivo il ruolo degli investitori. «L’analisi – spiega ancora Worthy – dovrebbe incoraggiare un escalation del loro impegno nel lanciare la sfida alle major del gas e del petrolio per un adeguamento delle loro strategie agli obiettivi di Parigi». Una necessità legata ai crescenti rischi affrontati dagli investitori a causa del fattore clima.

Quello di Global Witness, insomma, è un vero e proprio invito all’azionariato attivo per richiamare alle proprie responsabilità le multinazionali del fossile. Un percorso non facile ma capace periodicamente di registrare successi degni di nota. L’agenda 2019, in questo caso, è piuttosto fitta.

Foto di gruppo a Vaca Muerta, Argentina, dove si colloca la seconda più grande riserva di shale gas al mondo. Si riconoscono Kevin Maneffa, General Manager delle operazioni Chevron-YPF; Paula Gant, Deputy Assistant Secretary per il fossile del, Department of Energy USA; Daniel Poneman, Deputy Secretary, del Department of Energy USA; Miguel Galuccio, Presidente dell’impresa petrolifera argentina YPF; Kevin Sullivan, incaricato d’affari dell’Ambasciata USA in Argentina. Foto: Embajada de EEUU en la Argentina Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0),

Investimenti Oil & Gas:+85% nel prossimo decennio

Nei prossimi mesi, ricorda lo studio, multinazionali del settore come Shell e BP si confronteranno con i loro azionisti in occasione dell’assemblea annuale. Le due corporation, per altro, hanno già fatto alcune concessioni. BP ha accettato di rendere pubblica un’analisi sulla compatibilità dei propri piani con gli obiettivi di Parigi sul clima. Shell ha subito il pressing degli investitori per ridurre le proprie emissioni. L’industria fossile mondiale, in ogni caso, conta di investire ancora molto nell’estrazione, con un’evidente ricaduta sul piano ambientale.

Tra i progetti più costosi del settore lo sviluppo degli impianti di Kashagan, in Kazakistan, di Yamal, in Russia, e di Vaca Muerta, in Argentina. Quest’ultimo sorge sulla seconda più grande riserva di shale gas al mondo (la quarta del Pianeta per il comparto shale oil). Su scala mondiale, conclude lo studio citando le stime della società di analisi Rystad Energy, gli investimenti del comparto gas e petrolio dovrebbero aumentare dell’85% nel prossimo decennio.

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