Miracolo a Milano: il coronavirus trasforma la città dell’efficienza

Arriva un documento per disegnare la fase 2 di "adattamento" all'epidemia: un vero manifesto per una metropoli più sostenibile, sottoposto ai commenti dei cittadini

Il Duomo di Milano (Foto di Francesco Ungaro da Pexels)

Chi l’avrebbe mai detto: la Milano degli “imbruttiti” e della sfilata permanente potrebbe trasformarsi in una città modellata sul libro dei sogni di una sorta di progresso dolce e sostenibile. Un libro che, per l’occasione, si è ridotto alle 17 pagine di un documento intitolato Milano 2020 – Strategia di adattamento, nato per delineare come potrebbe cambiare la vita della metropoli nella cosiddetta “Fase 2” di convivenza col rischio di contagio da coronavirus.

Prima novità: coinvolti i cittadini

Ed ecco dunque il primo miracolo, la cui reale portata andrà verificata alla fine del percorso. Il testo viene infatti sottoposto al giudizio e al libero contributo dei cittadini a partire dal 27 aprile 2020, tramite una pagina Web ufficiale. E insomma, in un’epoca di massimo dirigismo istituzionale sostenuto dall’emergenza sanitaria, la metropoli efficientista per eccellenza sceglie l’amministrazione partecipata. E lo fa su una materia tanto delicata. Del resto, si potrebbe pensare, non può esserci risposta realmente collettiva senza una condivisione di responsabilità del progetto.

 

Milano 2020. Strategia di adattamento – screenshot pagina ufficiale documento partecipato – 27-4-2020 – https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/partecipazione/milano-2020

..per una nuova veste della città: green e solidale

Ma non è tutto qui. A fronte dell’innovazione relativa al metodo, c’è un secondo miracolo su cui ragionare, e di maggior portata, che riguarda i contenuti della strategia. Perché questo testo, scrivono i suoi estensori, contribuirà a definire un «nuovo ordinario». E tra le indicazioni proposte per adeguare la città, i suoi abitanti e le dinamiche sociali ed economiche alle necessità del post-lockdown, trovano non solo concreta cittadinanza, ma addirittura preminenza, alcuni dei mantra che finora sono stati dell’economia civile, green e solidale. Ci sono le buone pratiche di mobilità dolce, concetti “glocal” come la filiera corta, la resilienza energetica e un’esplicita maggior attenzione ai cittadini più fragili (era ora!).

Sarà il coronavirus a sconfiggere il popolo del suv?

Difficile decidere allora da dove cominciare per esaminare un testo che – va ricordato – si mantiene a livello di proposta, e appare quasi rivoluzionario, pensando alla Milano di quattro mesi fa. Perché nella città del taaac! l’intenzione pubblica – scritta nero su bianco – sarebbe oggi di:

«Orientare il rilancio economico perseguendo gli obiettivi legati alla transizione ambientale: equità, decarbonizzazione, rinaturalizzazione. Favorire azioni di resilienza energetica, climatica ed emergenziale».

Un vero “apriti cielo!” per gli integralisti del fatturato, in attesa che qualcuna delle ormai famigerate “mamme col suv” meneghine scorra il pdf più giù. A un certo punto il sindaco Beppe Sala, l’assessore Pierfrancesco Maran e compagnia esprimono addirittura la volontà di «Sviluppare su ampia scala i progetti di urbanistica tattica a favore delle pedonalizzazioni», particolarmente vicino alle scuole.

Se non fosse che la pandemia ha già prodotto oltre 26mila morti in Italia, si potrebbe quasi “ringraziare” il Covid-19. Senza la necessità di adattarci alla sua drammatica invadenza, chi avrebbe infatti osato così apertamente voler «ridefinire l’uso delle strade e degli spazi pubblici, aumentare gli spostamenti di superficie non inquinanti (piedi, bici, mobilità leggera)». Certo, nel nome della messa al bando di ogni promiscuità evitabile, stiamo per disincentivare un’asse portante della sostenibilità come il trasporto pubblico. E però la consapevolezza crescente del rischio da polveri sottili potrebbe dare una spallata anche più decisa al regno incontrastato dell’auto privata.

Economia collaborativa, a 15 minuti di distanza

Ma la rivoluzione prefigurata investirà anche il “come e dove dovremo produrre, consumare e relazionarci”. La Strategia di adattamento si espone difatti a una celebrazione del “locale e solidale” nella città più internazionale e individualista d’Italia. E per di più con parole che, fino a ieri, si trovavano solo sui più ortodossi manifesti della RIES.

«È importante riscoprire la dimensione di quartiere (la città raggiungibile a 15 minuti a piedi), accertandosi che ogni cittadino abbia accesso a pressoché tutti i servizi entro quella distanza», si legge.

E, ancor più nello specifico, bisogna «incentivare il ritorno alla produzione locale, promuovere lo sviluppo di nuove filiere corte integrate e la gestione di risorse e dispositivi secondo principi di economia circolare, a partire dalla riduzione dello spreco alimentare come forma di contrasto alle diseguaglianze sociali e come strumento di riduzione degli impatti ambientali». Né manca un riferimento al flusso bottom-up nel processo economico, laddove si sottolinea la necessità di «Supportare sistemi di economia collaborativa realizzati dal basso». Insomma, le parole d’ordine ci sono proprio tutte. In un tripudio che neanche Carlin Petrini, Enrico Giovannini e padre Alex Zanotelli messi insieme.

Anziani e salute di vicinato, pensando agli errori compiuti

Scherzi a parte, chi quei termini li pratica da tempo, nel concreto, sa che non basta ventilarli o scriverli per portarli ad effetto. Tuttavia, al di là dell’inevitabile dichiarazione iniziale, in cui il Comune richiama la necessaria suddivisione di competenze e responsabilità tra Governo e i vari livelli degli enti locali, i concetti importanti passano.

La domanda è se, come e quando una città metropolitana da 3,2 milioni di abitanti sarà in grado di tradurli in politiche efficaci.

Perché oltre alle relazioni economiche, ad esempio, c’è la salute e ci sono le persone. Così, pur chiamando Regione Lombardia a una rinnovata collaborazione, non possiamo non cogliere nel documento una velata critica alla gestione sanitaria pre-coronavirus. Tra i propositi espliciti c’è infatti quello di «creare servizi di medicina di territorio, a partire dai quartieri popolari, ad alta densità abitativa e caratterizzati da popolazione più anziana».

Il tema del misconoscimento e impoverimento dei presidi sanitari territoriali e, più in generale, dei cittadini più fragili – dal punto di vista sanitario, anagrafico, reddituale – è emerso con urgenza nei mesi passati. E il Comune sembra pronto a coglierne un qualche insegnamento se conta anche di «favorire la consegna degli acquisti a domicilio valorizzando le reti commerciali di prossimità e di vicinato».

Rendere “ordinaria” la risposta data all’emergenza

Le belle idee, in conclusione, ci sono. E benché non possano sostituire l’intera organizzazione socioeconomica attuale, Andrea Calori di ESTà ricorda che «le soluzioni individuali e le microreti hanno reso possibile il soddisfacimento di alcuni bisogni di base (cibo, servizi di prossimità, socialità) e hanno offerto delle occasioni di mercato per alcuni prodotti che, altrimenti, non avrebbero avuto possibilità di essere venduti».

Andrea Calori nel documento del Comune vede perciò molti punti che, uniti tra loro possono permettere di compiere un salto di scala, «rendendo possibile stabilmente e per molti ciò che è stato fatto per (relativamente) pochi e in una situazione eccezionale».

È quel «nuovo ordinario» dove, ad esempio, infrastrutture digitali integrate sostengono la socialità, dove avviene la redistribuzione delle eccedenze alimentari o si condividono i flussi della mobilità per favorire i servizi alla persona. Ma «per fare tutto ciò – conclude – servono regole e politiche attive da spostare dal mercato mainstream verso le soluzioni che si sono dimostrate più adeguate alla situazione che stiamo vivendo, in una “nuova alleanza” tra stili di vita sostenibili e le cosiddette “politiche strutturali”».

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