Parte 2
Ambiente

Alpi senza neve (e turisti). Così il clima minaccia un settore miliardario

Nel mondo quasi uno sciatore su due si reca sulle Alpi. Ma le presenze sono calate. Dal cambiamento climatico danni per centinaia di milioni all'anno

Di Matteo Cavallito
Alpi sempre meno bianche. A Garmisch, Germania, il 60% dell’afflusso turistico complessivo si registra in estate. Foto: Alex Morley Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

Se le Alpi fossero una nazione sarebbero la seconda economia europea. Prospettiva un po’ forzata, d’accordo, ma nemmeno troppo a giudicare dai numeri e dal riconoscimento istituzionale. Montagne come filo conduttore, storia ed economia di una macro area identificata ufficialmente da Bruxelles. EUSALP (EU Strategy for the Alpine region), che in sintesi significa andare dal Piemonte alla Slovenia, passando per la Francia e i cantoni svizzeri, il Liechtenstein, l’Austria e la Baviera. Come dire, 48 regioni, quasi 80 milioni di individui e un Pil da 3 trilioni di euro.

È il cuore ricco, anzi ricchissimo, dell’Europa; ma è anche una meta per i turisti: oltre mezzo miliardo all’anno secondo le stime più recenti. Non di soli vacanzieri si vive nei pressi delle Alpi, ci mancherebbe. Ma i cambiamenti in atto nel settore, da queste parti, sono seguiti con particolare attenzione. E anche, inutile negarlo, con crescente preoccupazione.

Alpi sempre meno bianche

Lo spettro è sempre lo stesso: il clima che cambia, ovvero temperature in rialzo con tutto quel che ne segue. Le ricerche scientifiche si susseguono da anni e i dati dipingono un quadro complessivo fatto di montagne sempre meno bianche.

Dal 1960 al 2017, la stagione della neve nei centri abitati delle Alpi si è accorciata in media di 38 giorni, ha scritto Time.

Quattro anni fa, prosegue la rivista, le precipitazioni nevose nell’arco alpino francese sono state pari ad un quinto del normale. Impossibile, per ora, quantificare i danni potenziali per il settore turistico. Di certo, in ogni caso, non saranno trascurabili.

Olimpiadi invernali addio

Nel 2018, i ricercatori dell’Università di Innsbruck Robert Steiger e Bruno Abegg hanno preso in esame le 310 aree sciistiche nel settore orientale delle Alpi. Ipotizzando un incremento medio delle temperature (rispetto al periodo 1981-2010) pari a 1°C nel 2030 e a 2°C nel 2050, le aree in grado di garantire almeno cento giorni di neve all’anno si ridurrebbero del 9% nei prossimi dieci anni e di quasi un terzo nello spazio di trent’anni. E i problemi, ovviamente, non riguardano solo l’arco alpino.

Due anni fa, un pool di ricercatori ha analizzato le prospettive climatiche degli impianti sciistici che fino ad oggi hanno ospitato una o più edizioni delle Olimpiadi invernali. In uno scenario ottimistico soltanto 13 dei 21 impianti osservati sarebbero in grado di ripetere l’esperienza nel 2050 mentre gli altri 8 dovrebbero chiudere per mancanza di neve. Nello scenario peggiore, proseguono i ricercatori, gli impianti disponibili entro la metà del secolo si ridurrebbero a dieci per scendere a otto, ovvero poco più di un terzo del totale originale, nel 2080.

Olimpiadi CC0 Public Domain Free for personal and commercial use
Minaccia climatica. Nello scenario peggiore soltanto 8 dei 21 impianti sciistici che hanno ospitato una o più edizioni delle Olimpiadi invernali sarebbero in grado di ripetere l’esperienza nel 2080. Gli  altri dovrebbero chiudere per mancanza di neve. CC0 Public Domain Free for personal and commercial use

Gli sciatori in Svizzera? Meno 25% in 10 anni

Occhi puntati sul comparto sciistico dunque, che significa alberghi, impianti di risalita e attrezzature e servizi. Il mercato mondiale vale 70 miliardi di dollari e le Alpi, riferisce l’ultima analisi globale sul settore (il celebre Laurent Vanat – International Report on Snow & Mountain Tourism, pubblicato nell’aprile 2019) attirano da sole quasi la metà degli sciatori del Pianeta (il 44%). L’arco alpino, inoltre, ospita più di un terzo degli oltre 2.000 resort sciistici – soprattutto i più grandi – presenti nel mondo e quasi il 40% dei 26 mila impianti di risalita. Il fatto, però, è che nell’ultimo decennio il numero degli sciatori rilevato nell’area è calato un po’ ovunque.

Nello spazio di dieci anni l’affluenza sulle le piste svizzere, che nella stagione invernale 2008-09 avevano accolto quasi 30 milioni di visitatori, si è ridotta del 25%. Gli ultimi dati globali disponibili, relativi al 2017-18, segnano una ripresa generalizzata, ma i numeri, sulle Alpi, restano inferiori ai picchi rilevati sul finire del primo decennio del secolo.

Danni al turismo per €780 milioni

Una ricerca pubblicata nel 2016 dall’editore scientifico Elsevier ha stimato che il climate change potrebbe causare al turismo invernale europeo perdite fino a 780 milioni di euro all’anno (ma negli USA, stima un’altra analisi, si arriverebbe a 2 miliardi di dollari). I danni più ingenti – c’è chi dice 300 milioni – li pagherebbe l’Austria dove un lavoratore su 14 opera nel settore degli sport sulla neve. Ma sono molte le aree alpine particolarmente esposte: nel 2018, ricorda Bloomberg, i turisti accorsi nella regione francese dell’Alvernia-Rodano-Alpi hanno speso 21 miliardi di euro, contribuendo a un decimo del Pil locale e a 171 mila posti di lavoro. In Italia, secondo le stime di Ski Pass panorama, il turismo sciistico in senso stretto (skypass, noleggio attrezzature, lezioni etc) vale oggi 4,58 miliardi (+0,2% rispetto al 2018-19).

Montagna estiva? Non proprio un affare

Il paradosso è che il cambiamento climatico può rivelarsi per contro una mezza benedizione per il turismo fuori stagione. La calura insopportabile delle città nel periodo estivo renderebbe la montagna ancora più attraente. Un autunno mite anche in alta quota favorirebbe inoltre un prolungamento della stagione turistica. Gli esempi, nota ancora Bloomberg, non mancano. A Garmisch, storica mecca degli sport invernali in Germania, il 60% dell’afflusso turistico complessivo si registra in estate. In Svizzera le presenze estive negli alberghi superano ormai di un terzo quelle invernali.

La logica è evidente: le Alpi, in fondo, possono sopravvivere anche senza sciatori in bassa quota. Ma le cifre in gioco, purtroppo, sono un’altra cosa. L’economista Therese Lehmann, del Centro per lo Sviluppo Regionale dell’Università di Berna, nota ad esempio come le presenze estive, pur maggioritarie, contribuiscano in definitiva a meno di un quinto del fatturato complessivo dell’industria turistica elvetica. Ad Arosa, apprezzata località sciistica e non solo, osservava a luglio la Reuters, un pass giornaliero per gli impianti di risalita nella stagione invernale costa 79 franchi. Per l’accesso al lago e al parco acrobatico, in estate, se ne spendono diciotto.

Senza neve artificiale l’industria dello sci non regge. Ma a quali costi?

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