«Sul clima non possiamo aspettare che crolli il capitalismo»

Intervista a François Gemenne, ricercatore in Scienze politiche presso l’università di Liegi, in Belgio, e docente a SciencePo a Parigi

François Gemenne insegna presso l'università di Liegi, in Belgio, e Science Po a Parigi, in Francia © Foto tratta da Facebook

«Se aspettiamo il crollo del capitalismo, temo che inseguiamo una chimera. Abbattere il sistema comporterebbe troppo tempo, e il clima non ce lo concede». François Gemenne è ricercatore in Scienze politiche presso l’università di Liegi, in Belgio, e docente a SciencePo a Parigi. È specialista di catastrofi naturali, migrazioni e politiche di adattamento ai cambiamenti climatici.

In una recente intervista per un’emittente radiofonica francese ha affermato che non abbiamo abbastanza tempo per abbandonare il capitalismo, di fronte alla crisi climatica. Lo conferma?

Sì, temo che un approccio del genere rischi di portare a pensare che occorra prima abbattere il sistema e solo poi pensare a ridurre le emissioni di gas ad effetto serra. Temo che così si insegua una chimera anziché focalizzarsi sul problema. Ho paura che aspetteremmo qualcosa che arriverebbe solo dopo parecchio tempo. Per questo preferisco utilizzare gli strumenti che abbiamo a disposizione ora. 

Quali?

Le armi che il capitalismo ci mette a disposizione per ridurre le emissioni. D’altra parte, non è detto che sistemi alternativi emettano meno CO2. Le economie pianificate sono altrettanto nocive per il clima rispetto a quelle di mercato. In ogni caso, ora siamo come sul Titanic: è inutile discutere se fosse stato meglio cambiare rotta, dobbiamo salvarci.

Però è dal 2015 che il mondo si è accordato, a Parigi, su una limitazione delle emissioni. Sono passati sei anni e ancora si discute su come trasformare tale obiettivo in azioni concrete. Dove sta il problema?

Il limite delle Conferenze delle Parti (Cop) delle Nazioni Unite è che la rappresentanza è sbilanciata a favore dei governi. Forse saremmo rappresentati meglio da popolazioni autoctone o da attivisti della società civile. Questi summit producono come risultati solo ciò su cui i governi sono in grado di accordarsi. Ma molti esecutivi non hanno mandati chiari da parte dei propri elettori per lottare contro i cambiamenti climatici. Al contrario, esistono leader eletti democraticamente che propongono di distruggere il clima.

«Non siamo più in tempo per stabilizzare il clima. Dobbiamo accettare una quota di irreversibilità»

La Banca Asiatica per lo Sviluppo, alcuni anni fa, ha parlato di un miliardo di rifugiati alla fine del secolo a causa del clima. Che ne pensa?

Penso che sia una stima esagerata. E penso che questi discorsi siano utili solo per spaventare le persone.

Teme che i cambiamenti climatici porteranno a delle guerre?

È già così in molte zone del mondo. In Nigeria ci si scontra tra allevatori e agricoltori sull’uso della terra. Nel Madagascar c’è una grave crisi alimentare legata al clima. 

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Nel Madagascar numerose persone soffrono la fame a causa dei cambiamenti climatici Riccardo Lennart Niels Mayer/iStockPhoto

Cosa ci insegnano le inondazioni in Germania e Belgio del mese di luglio?

La grande lezione è che siamo di fatto impreparati a fronteggiare eventi climatici estremi. Abbiamo troppo spesso considerato che questi fenomeni avrebbero riguardato soprattutto il Sud del mondo e che in Europa fossimo immuni, in un certo senso. È per questo che non abbiamo ancora cominciato davvero a ridurre drasticamente le emissioni. Abbiamo guardato ai cambiamenti climatici allo stesso modo in cui abbiamo guardato al coronavirus quando era soltanto in Cina.

Cosa possiamo fare ora?

Adottare misure urgenti. Non solo in termini di mitigazione dei cambiamenti climatici, ma anche di adattamento. Non possiamo più stabilizzare il clima, anche se azzerassimo del tutto le emissioni. Dobbiamo accettare una quota di irreversibilità. In concreto, occorrono sistemi d’allarme, piani di evacuazione delle popolazioni, gestione del territorio e smetterla di concedere permessi di costruzione in zone a rischio.

«Servono sistemi d’allarme, piani di evacuazione della popolazione. E dobbiamo smetterla di concedere permessi di costruzione in zone a rischio»

Al contrario, sia la finanza internazionale che gli Stati continuano a concedere migliaia di miliardi di dollari al settore delle fonti fossili.

Questo è il cuore del problema. La soluzione ai cambiamenti climatici non passa dall’alimentazione o dai trasporti ma dalla finanza. Le cifre in gioco sono impressionanti, non solo per quanto riguarda le banche private ma anche i governi. Finché esisteranno questi finanziamenti non potremo lottare in modo efficace. Tutte le altre misure che tenteremo di adottare falliranno. Ma qui torniamo al problema iniziale, e abbiamo due strade: o riteniamo che il capitalismo, responsabile del disastro, debba essere abbattuto. Oppure utilizziamo ciò che ci mette a disposizione per sostenere la transizione ecologica, le energie rinnovabili. Il mio è un discorso estremamente pragmatico.

Tariq Fancy, ex  responsabile della divisione investimenti sostenibili del fondo americano BlackRock, sostiene però che la finanza verde spesso non sia altro che greenwashing.

È vero e vale anche per i governi. In Francia per ogni euro investito nelle rinnovabili dai poteri pubblici ce ne sono due che vanno alle fonti fossili. Anche questo è greenwashing. BlackRock persevera in quel business perché insegue profitti di breve termine. È una società che gestisce risparmi per conto di numerosi funzionari americani e questi chiedono un rendimento immediato. È la logica del breve termine. La domanda è: un altro sistema sarebbe più efficace? Io non so rispondere. Inoltre, occorre considerare che il nostro approccio sulla questione è molto europeo. Altrove, ancora oggi moltissime persone aspirano al capitalismo, perché lo considerano un modo per raggiungere il benessere.

«Occorre incoraggiare i passi in avanti. Nessuna grande battaglia si vince senza piccoli successi».

La transizione ecologica immaginata dall’Unione europea è sufficiente?

È un passo nella buona direzione ma non è sufficiente. Serve di più. Però occorre incoraggiarli, i passi in avanti. Nessuna grande battaglia si vince senza piccoli successi. 

Un recente studio ha sottolineato il rischio di aumento delle disuguaglianze legate alla transizione ecologica. Ciò poiché investire nei Paesi più poveri spesso è più difficile. È un rischio concreto?

È una riflessione che occorre fare. I più poveri sono anche i più vulnerabili, ed è vero che la battaglia contro i cambiamenti climatici può rafforzare le disuguaglianze. Se noi in Europa diciamo che le auto più inquinanti non devono circolare, e però quelle più vecchie le inviamo in Africa o in Asia, qual è la coerenza?

Chi si salverà quindi dai cambiamenti climatici?

I ricchi correranno al riparo e si salveranno. E da qui sorge un grande problema di giustizia sociale.