Il mondo è in fiamme, ma il gotha della finanza sostenibile preferisce celebrare sé stesso
Il principale evento mondiale sulla finanza sostenibile torna in Europa. Ma non sembra in grado di affrontare le criticità che il settore vive
Dal 13 al 15 ottobre ad Amsterdam si terrà Pri in Person, il principale evento al mondo per la finanza sostenibile. Per gli organizzatori, i Principles for Responsible Investment (Pri) lanciati nel 2006 sotto l’ègida dell’Onu, è l’edizione del ventennale. Che arriva in una fase in cui la finanza sostenibile si trova tra l’incudine e il martello.
Da una parte la finanza sostenibile, o Esg, deve resistere al potente vento contrario che spira da quasi un paio d’anni dall’amministrazione Trump, che vede i criteri Esg come fumo negli occhi e ha fatto di tutto per eliminarli dall’agenda. Dall’altra deve fare i conti con la perdita di credibilità, anche più grave perché prescinde da chi occupa lo Studio ovale.
Da quando, infatti, sotto l’etichetta Esg si può infilare di tutto, armi nucleari comprese, molti hanno smesso di crederci. Anche se l’Europa continua a macinare regole, standard, metriche, in una corsa che però appare fine a sé stessa. Perché alla prova dei fatti la finanza Esg non ha inciso sulle grandi problematiche che affliggono l’umanità. Il clamoroso insuccesso delle grandi alleanze “net zero” che avevano aggregato un po’ tutte le categorie di attori finanziari è lì a dimostrarlo.
La tre giorni olandese sarà un’altra tappa nella parabola discendente che la finanza Esg pare ormai aver imboccato? Una serie di elementi inducono a crederlo.
Molti nomi controversi fra i grandi sponsor dell’evento Pri in Person
Sulla homepage del sito di Pri in Person non si può non notare il nome di Bnp Paribas Asset Management, lead sponsor dell’evento. L’intervento del suo Ceo è previsto nella giornata inaugurale, dopo il benvenuto dei padroni di casa. E subito c’è motivo di pensare che si poteva scegliere diversamente. A maggior ragione per un evento che si dichiara sostenibile quanto ai suoi impatti sociali e ambientali. Vero è, infatti, che Bnp Paribas Am è stata accreditata di alcuni passi positivi verso l’abbandono delle fossili. Ma ci sono molti altri ma.
Bnp Paribas (la banca, che appartiene all’omonimo gruppo insieme alla società di gestione) è una delle “banche fossili” messe all’indice nei rapporti Banking on Climate Chaos. Nel 2023 è stata la prima banca in Europa a essere citata in giudizio per il suo finanziamento alle energie fossili. Nel 2025 è stata condannata (ma aveva annunciato ricorso) da un tribunale di New York per complicità nelle violazioni dei diritti umani commesse dal regime di Omar al-Bashir in Sudan. Continua a essere criticata anche per le sue policy che, per la verità come quelle della maggior parte delle banche, lasciano la porta socchiusa al finanziamento del Gnl.
Un paio d’anni fa ha fatto notizia l’ammissione da parte di Bnp Paribas di investire in armi, cosa che la finanza Esg ormai accetta di buon grado ma che continua invece a far storcere il naso a chi pratica la finanza etica. E anche a chi nel modo di investire cerca di allinearsi alle indicazioni della Chiesa cattolica, che sul “no” alle armi è stata chiarissima. In Italia, Bnl-Bnp Paribas è fra le banche nel mirino della campagna “banche complici” per i legami con Israele.
Nella sezione “Sponsors & partners” del sito, altri nomi lasciano perplessi. Fra i gold sponsor c’è Morningstar, criticata dagli stessi investitori (come pure Msci, che figura fra i silver sponsor) per aver deciso di non considerare nei suoi rating Esg le controversie sui diritti umani legate ai Territori palestinesi occupati. Se poi si guarda al folto advisory group dell’evento, si trovano rappresentanti di aziende quali Pimco che, secondo una recente inchiesta giornalistica, è il maggior investitore al mondo nelle “obbligazioni di guerra” israeliane. Pimco è controllata da Allianz che, nel 2025, sdoganò addirittura le armi nucleari come investimenti Esg.
Pri in Person si sarà fatto qualche domanda sulle questioni controverse, e arcinote fra gli addetti ai lavori, che riguardano tutti costoro? Sarebbe stato opportuno.
Un’agenda troppo politicamente corretta per il grande evento sulla finanza sostenibile
Perplessità nascono anche dando un’occhiata al programma della tre giorni olandese. Fittissimo, ma con titoli non esattamente pungenti.
Il primo giorno, gli asset owners dialogano sull’attuale «complessità» di un mondo «interconnesso ma frammentato», che pare un’espressione esageratamente felpata per rappresentare il totale caos geopolitico in cui ci troviamo. Un altro panel si chiede se sicurezza energetica e decarbonizzazione siano priorità contrastanti: è un altro modo per dire che si può (o si deve) continuare a investire nelle fossili per scarsa fiducia (spesso pregiudiziale) nelle rinnovabili? Il dubbio viene.
C’è il panel che presenta quelli che si dovrebbero chiamare investimenti nelle armi sotto il cappello «investire nella sicurezza», parlando di «dilemma della difesa». E quello che tratta di come fare engagement con le imprese della difesa, dando quindi per scontato che un investitore responsabile debba tenerle nel proprio universo investibile. Scrivessero allora «Se vuoi la pace investi nella guerra» che è più chiaro. Un altro panel ancora invita gli investitori ad adattare il proprio approccio a un mondo in cambiamento: suona come un addio a principi e criteri, e un invito a seguire l’onda se si vuol restare a galla. E poi si trova scritto solo climate change: crisi o emergenza climatica sono evidentemente espressioni troppo allarmanti.
Un settore che non sa più prendere posizione su guerre e crisi climatica
Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) ha appena certificato che la catastrofe climatica è inevitabile. Stiamo sfondando uno dopo l’altro i limiti planetari. Aggressioni e guerre illegali seminano morte e distruzione e rischiano di trascinarci verso un conflitto mondiale. E il diritto internazionale è carta straccia, con la governance globale sostituita dalla legge della giungla.
Allora, non si pretendeva che Pri in Person parlasse solo di questo, ma almeno che mettesse un po’ di più i piedi nel piatto. Nell’interesse stesso, tra l’altro, della finanza sostenibile. Che sembra incapace, se mai lo è stata, di incidere su ciò che davvero interessa alle persone, oltre che di affrontare le criticità enormi che la stanno facendo evaporare. E pensare, invece, che la finanza etica per decenni ha trasferito nella gestione dei soldi battaglie che hanno segnato generazioni, valga per tutte quella contro il Sudafrica dell’apartheid.
Comunque Pri in Person, dove per partecipare i prezzi vanno da 1.800 e 3mila dollari, ha già messo in calendario l’edizione 2027 a Hong Kong. The show must go on.




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