Il salario dignitoso fa bene al clima: la nuova soglia italiana è di 12 euro netti l’ora
Per la Campagna Abiti Puliti servono 2.063 euro netti al mese. Intanto, dal 1990, i salari reali del 10% più povero sono crollati del 40,8%
In breve
- La Campagna Abiti Puliti ha fissato a 12 euro netti l’ora, pari a 2.063 euro al mese, la soglia del salario dignitoso in Italia per il 2026.
- La soglia si calcola sul costo reale della vita e sale con l’inflazione, mentre dal 1990 le retribuzioni reali del settore privato sono calate in media del 6,6%.
- Per la prima volta la Campagna lega salari e clima: chi guadagna meno subisce di più la crisi climatica, e un salario dignitoso diventa anche una misura di adattamento.
12 euro netti l’ora. È la nuova soglia del salario dignitoso in Italia per il 2026, calcolata dalla Campagna Abiti Puliti, la sezione italiana della Clean Clothes Campaign, una rete internazionale che si occupa dei diritti di lavoratori e lavoratrici del tessile. Tradotto in cifre mensili e annuali: 2.063 euro netti al mese, 24.756 euro netti all’anno, per un lavoro a tempo pieno. La stima è contenuta nella scheda di aggiornamento “Il salario dignitoso fa bene al clima”, presentata il 25 settembre in occasione della Giornata mondiale per il salario dignitoso che quest’anno, per la prima volta, la Campagna lega esplicitamente a un’altra battaglia: quella per la giustizia climatica.
Il salario dignitoso, a differenza del salario minimo legale, che segue i valori di mercato, è calcolato in base al costo effettivo della vita: quanto serve a una famiglia per accedere davvero a cibo, casa, salute, istruzione, vestiario, trasporti e un margine di risparmio. È un diritto riconosciuto dall’articolo 23 della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite e dall’articolo 36 della nostra Costituzione. Ma non è un obbligo di legge nel nostro Paese, dove i minimi retributivi restano affidati alla contrattazione collettiva.
Salario dignitoso: da 1.905 a 2.063 euro al mese in quattro anni
Il numero di quest’anno va letto in serie storica. Quando la Campagna calcolò per la prima volta il salario dignitoso, nel 2022, la soglia era di 1.905 euro netti al mese (11 euro l’ora). Nel 2024 era salita a 2.000 euro (11,50 euro l’ora). Oggi siamo a 2.063 euro (12 euro l’ora). Un incremento costante, che riflette la rincorsa a un’inflazione che ha eroso il potere d’acquisto di chi lavora più che un miglioramento delle condizioni.
Il quadro strutturale in cui si inserisce questo dato è, del resto, tutt’altro che confortante. Secondo una “Nota di lavoro” pubblicata dall’Ufficio parlamentare di bilancio nel luglio 2026, tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni reali nel settore privato italiano si sono ridotte in media del 6,6%, con un picco del 40,8% per il 10% dei lavoratori più poveri. Nello stesso periodo il lavoro si è fatto più precario: gli operai e gli impiegati assunti part-time sono passati da 500mila a 4,8 milioni tra il 1990 e il 2018. La soglia di povertà ufficiale, fissata dall’Istat a 13.237 euro l’anno (dato 2025), secondo la Campagna sottostima il fenomeno reale.
Il divario tra le retribuzioni di operai e manager è cresciuto in modo drastico: da un rapporto di 1 a 4 negli anni Ottanta, a 1 a 11 nel 2018. Guardando ai dieci manager più pagati d’Italia, nel 2020 il rapporto con lo stipendio di un operaio saliva addirittura a 1 a 649.
Perché il salario dignitoso è (anche) una misura climatica
Il collegamento tra le due battaglie – salariale e climatica – nasce da una constatazione semplice, ma radicale: gli impatti del riscaldamento globale non colpiscono tutti allo stesso modo. Chi ha meno mezzi per proteggersi paga il prezzo più alto; chi vive nel lusso continua a inquinare restandone, nell’immediato, quasi indenne.
I numeri lo confermano. Secondo il rapporto Oxfam “Nel baratro della diseguaglianza” (2026), bastano dieci giorni perché le persone più ricche del Pianeta – tra industrie, jet privati e consumi di lusso – brucino l’intero budget di CO2 che l’umanità dovrebbe rispettare in un anno per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi, obiettivo posto dall’Accordo di Parigi. Lo 0,1% più ricco esaurisce la propria quota individuale ancora prima: il 3 gennaio. Uno studio econometrico sulle emissioni di CO2 negli Stati Uniti tra il 1997 e il 2012 mostra lo stesso schema su scala nazionale: quando il reddito si concentra nel decile più ricco, il degrado ambientale aumenta in modo significativo. Non succede lo stesso quando la disuguaglianza cresce nel resto della scala dei redditi.
L’aggiornamento della Campagna arriva peraltro a poche settimane da un allarme pesante: secondo il rapporto “Limiting Overshoot”, pubblicato il 2 settembre dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), il superamento della soglia di 1,5 gradi fissata dall’Accordo di Parigi è ormai «sostanzialmente inevitabile», con un possibile picco di 1,8 gradi anche nello scenario più ottimistico. E questa estate di ondate di caldo da record lo ha reso tangibile a milioni di lavoratrici e lavoratori, schiacciati non solo dal caldo torrido, ma anche dal caro-bollette e dall’impennata dei prezzi di carburante e alimentari.
Fabbriche tessili e rischio climatico, dalla Cambogia all’Italia
Nella filiera della moda lo scambio diseguale ha numeri molto concreti. In Cambogia l’82% delle fabbriche tessili supera i 32 gradi al chiuso, una su tre arriva a 35 gradi, con temperature interne fino a cinque gradi più calde dell’esterno. La Clean Clothes Campaign chiede da tempo che il salario venga garantito anche quando il caldo ferma le linee di produzione.
Un rischio che riguarda da vicino anche l’Italia, che dalle filiere asiatiche importa gran parte dell’abbigliamento venduto sul mercato nazionale, e che non è comunque immune dagli effetti della crisi climatica. Lo conferma il rapporto “Rischio climatico in Italia. Scenari, costi e opzioni di risposta” (2026), firmato da un gruppo di ricercatori del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), del Politecnico di Milano, dell’Università Ca’ Foscari, dell’Istituto universitario europeo e dell’Università di Siena, secondo cui a pagare il prezzo più alto sono i territori e i gruppi sociali con meno risorse per proteggersi.
«Non solo giustizia sociale, ma adattamento climatico»
È in questo scenario che si inserisce la proposta della Campagna Abiti Puliti. «Garantire a tutti i lavoratori e le lavoratrici un salario dignitoso di base», spiega Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna, «non è soltanto una misura di giustizia sociale per riequilibrare le disuguaglianze fra redditi e gruppi sociali e quindi contribuire a mitigare le emissioni di CO2. È anche una misura di adattamento climatico urgente e necessaria, che consente alla classe lavoratrice di affrontare meglio la crisi climatica, avendo accesso a cibo, abitazione e servizi di maggiore qualità».
Una battaglia che, secondo la Campagna, non riguarda soltanto i diritti di chi lavora nella filiera della moda, ma la possibilità stessa di costruire una transizione – sociale e climatica – che non lasci indietro nessuno. «Per una giusta transizione nella moda occorrono interventi sul piano delle politiche sociali e post-distributive da compiere subito», conclude Lucchetti, «ma quello salariale è il primo passo per riequilibrare la distribuzione della ricchezza laddove si genera, cioè nel mercato del lavoro».


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