Parte 12

Cattivi/5. Da Wall Street alle Ande. La guerra alla miniera «sostenibile»

Lo strano caso di Newmont Goldcorp, la compagnia dell'estrazione aurifera «più sostenibile del mondo», e l'imbarazzante caso della miniera peruviana

Di Matteo Cavallito
Gli esponenti del Denver Justice and Peace Committee presenti all'assemblea annuale della Newmont Goldcorp esprimono solidarietà a Máxima Acuña, contadina e attivista peruviana impegnata da anni nella sua lotta contro i progetti minerari della corporation. Foto: Denver Justice and Peace Committee

Da una miniera d’oro al mercato azionario, si sa, il passo è breve. Ma tra il settore dell’estrazione e il mondo della responsabilità sociale, è altrettanto noto, si collocano spesso ostacoli insormontabili. Desta quindi stupore, ovviamente, il caso di Newmont Goldcorp, colosso statunitense di Greenwood Village, Colorado, presente da oltre un decennio nel Dow Jones Sustainability World Index (DJSI World). Una presenza che fa sensazione, e non solo per la natura storicamente controversa di un settore complicato come quello minerario. Perché Newmont, come segnala l’ultima revisione del più noto indice di sostenibilità del mercato finanziario globale, sarà pure la compagnia aurifera più responsabile del Pianeta. Ma questo non le ha impedito di impegnarsi per quasi un decennio in uno scontro surreale, imbarazzante e tuttora in corso, dal quale, finora, è riuscita a ottenere esattamente zero. Salvo un clamoroso, e – secondo molti critici – meritato, danno d’immagine.

Máxima Acuña e la miniera della discordia

La battaglia in questione – sullo sfondo di una miniera, è ovvio – ha il volto iconico di Máxima Acuña-Atalaya de Chaupe, contadina peruviana, attivista ambientale, mezzo secolo di esistenza sulle montagne di Cajamarca, nelle Ande settentrionali. La sua vita si svolge tuttora in un fattoria isolata a 2700 metri di altezza, dove coltiva patate insieme alla sua famiglia: quattro figli, tre nipoti. Non sa leggere né scrivere. Il suo avversario, per contro, è un peso massimo di prima grandezza: la società mineraria Minera Yanacocha, controllata dalla Newmont (51,35% delle quote) insieme alla peruviana Compañia de Minas Buenaventura (43,65%) e all’International Finance Corporation (5%), l’agenzia per gli investimenti privati della Banca Mondiale. Sembra un romanzo, ma è tutto vero.

Nel 1994 Máxima e suo marito acquistano un piccolo pezzo di terra in una zona conosciuta come Tragadero Grande, nella comunità rurale di Sorochuco. Tutto fila liscio ma ben presto, nell’area, si palesa un vicino ingombrante. Parliamo di Newmont, ovviamente, che negli anni seguenti inizia ad acquistare i terreni attorno alla proprietà.

Nel 2010 la compagnia lancia il progetto Conga Mine, un maxi piano per l’estrazione dell’oro che prevede il prosciugamento di quattro laghi. Lo scontro, a quel punto, è solo questione di tempo.

L’anno seguente, dicono le cronache, Newmont e soci bussano alla porta degli Acuña invitandoli a lasciare la proprietà. Minera Yanacocha, infatti, sostiene di aver acquisito col tempo anche Tragadero Grande anche se Máxima e i suoi familiari negano di aver mai visto un contratto di vendita. La storia finisce in tribunale e per i residenti arriva la condanna: quasi tre anni di carcere per occupazione abusiva convertiti in una multa da 2.000 dollari. Ma è solo l’inizio. Quello di Máxima, nel frattempo, ha già assunto tutti i contorni del caso da manuale.

La miniera di Yanacocha nei pressi di Cajamarca, Perù. Foto: Euyasik Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

Una sfida generalmente impari

Capita sempre così, niente di nuovo. «Quando una società straniera apre una nuova miniera, alla popolazione locale viene detto di sgomberare» ha scritto la reporter del Global Post Deepa Fernandes. «Alcuni possono resistere, protestando contro la devastazione ambientale che sconvolgerà la loro vita. L’azienda di solito risponde con offerte di lavoro o con la costruzione di scuole e cliniche di base. Alla fine, con l’appoggio del governo, le compagnie minerarie vincono». Il seguito, generalmente, è anche peggio.

«L’ordine naturale delle comunità viene alterato, i residenti si riducono a bere dai serbatoi riempiti in modo semi-regolare dalla compagnia dopo che i loro corsi d’acqua dolce sono stati inquinati. In questo modo finiscono per dipendere dalla stessa società a cui si oppongono».

A quel punto, si sa, è meglio andarsene. E in molti infatti lo fanno. Solo che Máxima non vuole sentire ragioni. E nonostante tutto non si muove.

Una battaglia legale dal Perù al Delaware

Dopo aver ottenuto un forte sostegno dalle organizzazioni non governative e dagli attivisti, non solo locali, nel 2016 la Acuña riceve il prestigioso Goldman Enviromental Prize: un riconoscimento internazionale per la sua lotta a tutela dell’ambiente. Lo scontro con la Newmont, nel frattempo, si è trasformato in una battaglia legale. Nel 2017, la Corte Suprema peruviana si è espressa a favore di Máxima respingendo le istanze della multinazionale. Sembra l’atteso lieto fine, ma ci sono ancora i tempi supplementari. La corporation americana, infatti, ha avviato due azioni civili continuando a reclamare la proprietà di Tragadero Grande. Se le richieste dovessero essere accolte, gli Acuña potrebbero costretti ad abbandonare la loro casa. La vita di Máxima , intanto, resta molto complicata.

Máxima Acuña, contadina e attivista peruviana. da anni è impegnata in una battaglia legale contro la corporation mineraria Newmont Mining. Foto: Goldman Environmental Prize Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Negli anni la donna ha denunciato svariate intimidazioni da parte della polizia e degli agenti di sicurezza della miniera accusando direttamente la Newmont che, da parte sua, ha respinto ogni accusa. Il caso è arrivato fino alla Corte Distrettuale del Delaware che nell’aprile del 2018 ha rigettato l’istanza dichiarandosi non competente e rinviando i fascicoli alla giustizia peruviana. Un anno dopo, tuttavia, una corte d’appello ha dato ragione alla Acuña garantendole così la possibilità di proseguire la battaglia nei tribunali americani.

La miniera è un affare da 10 miliardi di dollari

Nel 2016 la compagnia ha annunciato la sospensione del progetto Conga che, si dice, interessa un filone da 6,5 milioni di once d’oro (per un controvalore ai prezzi attuali di 9,8 miliardi di dollari). Ma la decisione non soddisfa gli attivisti visto che la Newmont non ha rinunciato alle cause civili contro i residenti. Nel 2017 l’organizzazione SumOfUs ha presentato una risoluzione nell’assemblea annuale per chiedere alla corporation di avviare un’inchiesta su possibili violazioni dei diritti umani. La richiesta è stata respinta ma ha trovato comunque il sostegno del 28% degli azionisti.

Per l’azienda nel frattempo gli affari vanno a gonfie vele. Nell’ultimo quinquennio la capitalizzazione della compagnia è triplicata superando i 30 miliardi di dollari, un livello che non si vedeva dall’inizio del decennio. Nell’aprile di quest’anno Newmont Mining ha completato la fusione con la concorrente Goldcorp Inc. dando così vita alla principale società mineraria del settore oro. La nuova capacità produttiva, si stima, si aggirerebbe tra i 6 e i 7 milioni di once all’anno.

La capitalizzazione di Newmont. Fonte: Macrotrends.net

Due cause civili ancora pendenti

Interpellata da Valori, Newmont ha risposto alla nostra richiesta di commento sulla vicenda invitandoci a consultare una lunga lista di documenti pubblici. Nel più recente, datato 24 aprile 2018, la compagnia ha ribadito l’intenzione di voler raggiungere una soluzione condivisa con i residenti. La distanza tra le parti, però, resta sostanziale. «In passato abbiamo ricevuto una risposta da Newmont e ci siamo impegnati nel dialogo con loro: non erano disposti ad approcciarsi in modo diverso alla famiglia Acuña» spiega a Valori Angus Wong, attivista di SumOfUs, l’organizzazione no profit newyorchese che da anni sostiene la causa di Máxima contro la miniera. Due cause civili intentate da Newmont, riferisce Ellen Moore, responsabile della campagna mineraria internazionale della Ong Earthworks, sono ancora pendenti.

«Máxima e il suo avvocato si aspettano una decisione sulla mozione della società mineraria per limitare l’accesso della famiglia alla terra: di fatto un ordine restrittivo» spiega la Moore a Valori. «In seguito – aggiunge – il tribunale si occuperà della questione della proprietà terriera». L’ipotesi, riferisce, è che i casi possano protrarsi per almeno cinque anni. Máxima e i suoi, conclude l’attivista, «sono costantemente sorvegliati dalla sicurezza della miniera nella loro casa di Tragadero Grande; all’inizio di quest’anno tutte le trote del loro allevamento sono morte inspiegabilmente».

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