Parte 22

Giegold: «Investimenti etici vittime della guerra franco-tedesca»

Il portavoce dei Verdi all'Europarlamento: dopo la sua audizione, penso che Gentiloni sia la migliore carta per avere più giustizia fiscale nella Ue

Di Mauro Meggiolaro
Sven Giegold, portavoce dei Verdi al parlamento europeo. Photo credits: Dominik Butzmann.

Il percorso tortuoso per approvare nuove regole che classifichino i prodotti di finanza sostenibile in Europa (la cosiddetta “tassonomia”) si è arenato e rischia di rimanere fermo ancora per molti mesi. Quali interessi l’hanno bloccato e quali prospettive ci sono per una finanza dal volto più umano? Valori l’ha chiesto a Sven Giegold, portavoce dei Verdi al Parlamento europeo.

Ci sono voluti mesi per arrivare alla “tassonomia”. Ora però pare che non ci sia più la volontà politica di approvarla. Che è successo?

La “tassonomia” va ora al Trilogo (negoziato a tre tra Parlamento europeo, commissione e consiglio UE) con due posizioni diverse. Il consiglio richiede una lunga fase di transizione. Il parlamento, invece, vuole che la “tassonomia” sia adottata rapidamente e diventi cogente, con determinati standard sociali oltre che ambientali. C’è stata una lunga e inutile battaglia sull’energia nucleare che è però parte di uno scontro più ampio tra Francia e Germania. Ormai su moltissimi temi i due Paesi prendono posizioni opposte, che un tempo riuscivano a conciliarsi. Ora non più.

Quindi per la Francia gli investimenti nel nucleare dovrebbero essere ammessi come investimenti etici e la Germania è contraria?

Esatto. La Francia però non si rende conto che, in Paesi come la Germania, una posizione così a favore dell’energia nucleare ucciderebbe il mercato degli investimenti socialmente responsabili. Perché gli investitori tedeschi desiderosi di comprare fondi con il bollino etico non vogliono certo trovarsi il nucleare in portafoglio. Questo invece, per i francesi, non sarebbe un grosso problema. È uno scontro assurdo perché il nucleare non ha certo bisogno dei fondi ESG (ambiente, sociale, governance, un sinonimo per fondi etici o socialmente responsabili o SRI, ndr) per finanziarsi, ha già fonti di finanziamento sufficienti, ha già le grandi banche dalla sua parte e può sicuramente finanziarsi in altro modo.

Perché la Francia ha puntato i piedi?

La Francia si è messa di traverso su uno standard che sarà poi utile in tutti i Paesi europei. Abbiamo bisogno di un bollino veramente europeo. E volere l’energia nucleare tra gli standard etici vuol dire avvelenare la discussione. Ai francesi non sarebbe costato nulla rinunciare al nucleare ma hanno voluto impuntarsi. In Germania, dall’altra parte, se si vendessero prodotti ESG che investono nell’energia nucleare con tanto di bollino europeo, la gente penserebbe che i politici non hanno tutte le rotelle a posto.

La Germania, però, su questo punto si è trovata isolata…

Proprio così. È triste che solo Austria, Lussemburgo e Germania si siano opposti e che anche l’Italia, che da anni è fuori dal nucleare, abbia sostenuto la posizione francese. È una posizione intransigente, molto politica, che ha ben poco a che fare con i criteri per la classificazione degli investimenti socialmente responsabili.

Quando sapremo se e come la “tassonomia” sarà approvata?

Un “Trilogo” non si sa quanto dura. Di solito qualche mese, qualche volta solo poche settimane. Potrebbe però anche durare anni, ci sono stati molti casi del genere in passato. È qualcosa che non si può valutare in anticipo e quindi non posso dare alcuna informazione al riguardo.

Quali lobby hanno lavorato contro la “tassonomia”?

Sicuramente ha lavorato molto la lobby del nucleare ma anche quella
finanziaria che ha insistito per un approccio che abbia come interesse esclusivo la salvaguardia del clima. Perché c’è un mercato su questo tema e c’è anche la volontà di rilanciare la finanza in un periodo in cui, per ora, l’impulso delle riforme post-crisi si è esaurito. E quindi perché non puntare su un mercato fortemente in crescita come
quello dei prodotti legati al clima? Il problema è che questi fondi o obbligazioni conservano solo la “E” (environment, ambiente) dell’impostazione ESG (environment, social, governance. Ambiente sociale, governance), mentre dovrebbe esserci pari attenzione anche agli aspetti sociali e alla governance delle imprese.

L’impulso di riforma del sistema finanziario si è spento, ha detto. Ci sono maggiori speranze per altre riforme in campo economico?

Ci sono, sì. E sono stato molto contento dell’audizione di Paolo Gentiloni, il nuovo commissario europeo per gli Affari economici e monetari, che voi italiani conoscete bene. Ci ho parlato a lungo prima del suo intervento e mi è sembrata una persona seria e affidabile. Un convinto europeista. So che viene dal movimento ambientalista italiano ma ha passato già tanti anni nel PD. In ogni caso si è dimostrato aperto al dialogo e si è impegnato, a mia precisa domanda, a lavorare per una maggiore giustizia fiscale in Europa. Inoltre, sembra voler sostenere il finanziamento degli investimenti pubblici, di cui abbiamo urgente bisogno per affrontare il cambiamento climatico e creare posti di lavoro sostenibili. Noi Verdi siamo pienamente impegnati a lavorare con Gentiloni e con la Commissione su entrambi gli obiettivi.

Invece, per quanto riguarda il mercato interno e i servizi, pesa la bocciatura di Sylvie Goulard…

Per Sylvie mi dispiace sinceramente, devo dire che siamo molto amici. Nei sette anni nei quali è stata coordinatrice del gruppo liberale siamo riusciti a far passare molti provvedimenti insieme. Senza di lei non ce l’avremmo fatta. Penso per esempio al diritto europeo di aprire un conto bancario, esteso a tutti i clienti. Secondo me ci sono due elementi da considerare in questa bocciatura. Il primo è dipeso da lei. Il secondo, invece, è frutto di una manovra politica.

Partiamo dalle responsabilità di Goulard…

Sicuramente ha sottovalutato le due questioni su cui l’hanno attaccata, sia quella dei guadagni extra (oltre allo stipendio da parlamentare), sia quella sul finanziamento
del suo gruppo politico. Non solo li ha sottovalutati, ma non ha saputo rispondere in modo efficace alle accuse: non ha ammesso, onestamente e in modo credibile, di aver fatto degli errori. E questo sicuramente non è piaciuto ai parlamentari.

Ma non vede una certa ipocrisia da parte dei parlamentari che l’hanno bocciata?

Sì, certo, su entrambe le questioni molti parlamentari hanno adottato due pesi e due misure. Molti di quelli che hanno votato contro la sua nomina, anni fa hanno votato contro l’introduzione di limiti per i ricavi extra dei parlamentari e hanno guadagnato cifre addirittura più alte di quelle dichiarate da Goulard. Lo stesso vale per il finanziamento dei partiti: tutti sanno che si adottano varie strategie per poter finanziare i partiti utilizzando i fondi parlamentari. Quindi, almeno in parte, le critiche erano basate su dei pretesti.

Quali sono, quindi, le ragioni più profonde per la bocciatura?

C’era sicuramente la volontà di mandare un segnale alla Francia e a Macron. Però sarebbe un errore dire che Sylvie Goulard è stata solo il capro espiatorio di questioni che passano sopra la sua testa. In fin dei conti non l’avrebbero ulteriormente attaccata se fosse stata capace di difendere meglio la propria posizione. Alla fine la sua bocciatura è stata una combinazione di due fattori diversi, quello suo, personale, e quello politico: l’avversione alla Francia, i dissidi tra Francia e Germania, a cui si aggregano poi anche altri Paesi, che sono poi gli stessi sintomi di un nuovo malessere politico europeo. Lo stesso che ha affossato la “tassonomia”.

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