Parte 18

«Definiamo chiaramente cos’è sostenibile o addio finanza credibile»

Giovannini (portavoce ASVIS) a Valori: «La "sostenibilità" è un concetto complesso, ma fondamentale. Serve una definizione univoca da applicare alle imprese e alla finanza. Subito»

Di Elisabetta Tramonto
Enrico Giovannini è un economista e statistico. Professore ordinario di statistica economica all'università di Roma Tor Vergata e di Sviluppo sostenibile all'università LUISS. É stato chief statistician dell'OCSE dal 2001 al 2009, presidente dell'Istat (2009-2013) e ministro del Lavoro nel governo Letta (2013-2014). É fondatore e portavoce dell'ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile), una rete di oltre 180 soggetti della società civile italiana. Foto di Stefano Corso

«Il tempo è un fattore cruciale per convertire l’economia verso un nuovo modello a basso impatto ambientale, ma che rispetti anche principi sociali. Per questo serve anche un modello finanziario credibile che alimenti un’economia sostenibile. La “sostenibilità” è un concetto complesso, ma fondamentale. Bisogna trovare indicatori armonizzati di sostenibilità da applicare alle imprese, ai vari settori industriali, al mondo della finanza. E bisogna farlo subito». Queste in estrema sintesi le priorità e le urgenze descritte a Valori da Enrico Giovannini, professore ordinario di statistica economica all’Università di Roma “Tor Vergata”, di Sviluppo sostenibile all’Università LUISS, co-fondatore e Portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). È stato Chief Statistician dell’OCSE, Presidente dell’ISTAT, ministro del Lavoro e delle politiche sociali del governo Letta.

Cosa pensa di questa babele di criteri e metodologie diverse per definire un’impresa sostenibile?

Riflette la complessità che esiste attorno a questi temi. Da un lato, tutti oggi ne parlano, non solo le imprese, ma anche i consumatori e gli investitori. È estremamente positivo perché dimostra una presa di coscienza collettiva, che va sostenuta perché dimostra che si sta diffondendo l’idea che il vecchio paradigma economico non funziona.

D’altra parte, è indispensabile poter verificare la serietà degli impegni delle imprese e della finanza su questo fronte. Qui si è aperto il caos, perché anche su questo ambito interviene il mercato. Si sono così moltiplicate le agenzie che valutano le varie dimensioni della sostenibilità e i fondi di investimento che dichiarano di proporre investimenti che rispettano principi Esg (ambientali, sociali e di buna governance). Senza che però al momento esista un sistema codificato di criteri e soglie per definire la sostenibilità pratica di prodotti e strumenti finanziari.

Ma è possibile dare definizioni oggettive e univoche di sostenibilità?

La sostenibilità è un concetto molto ampio e complesso, difficile da declinare appieno. Io ho iniziato a lavorare alla misurazione della sostenibilità nel 2001 quando ero all’Ocse e seguivamo un progetto dedicato a questo tema. Abbiamo riscontrato che sulla sostenibilità ambientale la situazione è più chiara: è possibile stabilire delle soglie per definire, ad esempio, quando l’acqua è imbevibile o l’aria irrespirabile. Sulla sostenibilità sociale, invece, non siamo mai riusciti a definire tali soglie. Su temi come la povertà e la diseguaglianza è impossibile stabilire valori soglia aldilà dei quali il sistema diventa insostenibile e si verificano rivoluzioni. La stessa cosa avviene sulla sostenibilità economica.

Su questi aspetti si possono applicare criteri comparativi: si può dire se sei più sostenibile di ieri o più sostenibile di qualcun altro, ma non necessariamente sostenibile in assoluto.

C’è poi il problema dei dati e delle informazioni fornite dalle aziende…

Questo è un altro problema centrale: per stabilire criteri ambientali, sociali e di governance sostenibili si dovrebbe conoscere anche la situazione media di un settore, per capire se un’impresa fa meglio o peggio e se migliora nel tempo. Ma al momento non abbiamo una copertura di dati sufficiente.

In questo quadro non è affatto sorprendente che esista una molteplicità di indici e di criteri di valutazione. Siamo ancora all’anno zero virgola qualcosa. Non siamo in una situazione consolidata di valutazione, soprattutto a livello micro, mentre a livello macro, cioè di Paese o di regione, ci sono indicatori definiti in sede internazionale o aggregazioni di essi, come quelli che l’ASviS pubblica periodicamente.

Ma il singolo investitore di fronte a tale mancanza di certezze rischia di pensare che investire in modo responsabile non sia possibile…

Il problema esiste. Un terzo aspetto, infatti, riguarda le informazioni e i concetti che arrivano al piccolo investitore. Ormai parole come bio, sostenibile, rispettoso dell’ambiente sono entrate nella pubblicità in modo massiccio. ma il consumatore è in grado di capire cosa significhino? Bisognerebbe trovare un metodo semplice, rivolto ai piccoli investitori come ai consumatori, che permetta di valutare la sostenibilità dei prodotti e degli investimenti. Per i prodotti, nell’ambito dell’iniziativa “Saturdays for future” lanciata dall’ASviS, stiamo lavorando all’idea di avere un QR-code leggibile da smartphone che illustri le caratteristiche di sostenibilità.

Sulla definizione di sostenibilità si sta svolgendo una difficile trattativa a livello europeo…

La complessità del tema è dimostrata proprio dalla difficoltà di trovare un punto di incontro tra i diversi attori ai vertici dell’Europa. A settembre scorso il Consiglio europeo ha deciso di rinviare al 2022 la tassonomia, cioè la classificazione delle attività economiche sostenibili su cui gli esperti incaricati dalla Commissione Ue stanno lavorando da tempo. Un segnale negativo, perché non ci si può permettere di perdere tempo prezioso.

La Commissione aveva proposto di rendere operativa la tassonomia nel 2020 e il Parlamento aveva accettato. Questo avrebbe permesso di avere riferimenti chiari e univoci in tempi brevi. E il tempo è un fattore chiave. La decisione del Consiglio europeo dimostra la difficoltà di trovare un punto di incontro tra gli Stati. Adesso si apre il trilogo tra Commissione Parlamento e Consiglio europei. E vedremo come finirà.

Secondo lei si riusciranno a stabilire regole condivise e credibili?

Su questi sono molto flessibile e ottimista. Dalle dichiarazioni della neopresidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sembra che ci sia la forte intenzione di stabilire regole certe in tempi brevi. Che significa definire urgentemente i criteri di investimento da parte di grandi organismi come la Bei (la Banca europea degli investimenti) o la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, per finanziare l’annunciato green new deal.

Sono questioni complesse che richiedono valutazioni di tanti aspetti. Per questo è importante iniziare al più presto e poi, eventualmente, rivedere i criteri in corso d’opera.

Certo, se poi alcuni Paesi (com’è accaduto a settembre) propongono di inserire tra gli investimenti verdi il carbone o l’energia nucleare, su questo bisogna fare chiarezza subito. Se no diamo solo una pennellata di verde al solito modo di procedere.

Ritiene possibile fissare standard di sostenibilità che guidino le imprese verso un reale cambiamento?

Dobbiamo essere realistici. Non si converte un sistema produttivo in pochi anni, ma servono standard rigidi come riferimento. Poi per arrivare a dire “io sono completamente sostenibile” ci vuole tempo. Sono le valutazioni che dovranno essere flessibili per considerare la difficoltà di un cambiamento, ma gli obiettivi devono essere ambiziosi.

Un punto cruciale ha a che fare con la misurabilità dei risultati e bisogna distinguere tra impatti ambientali e sociali. La sostenibilità ambientale può avere a che fare con la tecnologia, che potrebbe essere complessa e costosa da implementare. In questo caso, in fase regolamentare, bisognerà prevedere tempi adeguati di transizione. Ma le questioni sociali – la parità di retribuzione tra uomini e donne, la tutela dei diritti dei lavoratori, l’eliminazione del lavoro minorile lungo la catena di fornitura – non hanno nulla a che vedere con la tecnologia e devono essere introdotte e imposte subito. È un segno di serietà da parte delle imprese.

In campo ambientale esistono anche dei vantaggi per le imprese che introducano metodologie green…

È un dato di fatto. Il vantaggio economico di un salto verso l’economia circolare è ormai evidente a tanti, se non a tutti. E i benefici economici di tale transizione possono essere utilizzati per assicurare la sostenibilità sociale, ad esempio pagando donne e uomini allo stesso modo e compensando le emissioni inquinanti. Un circolo virtuoso, che a partire dai risparmi permessi dalle tecnologie ambientali, permette di reinvestire su altri fronti.

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