Parte 9

Le domande impertinenti degli azionisti attivi

Accanto ai fondi speculativi, alle assemblee degli azionisti fanno sentire la loro voce ordini religiosi, fondi pensione, fondazioni per chiedere alle imprese più responsabilità

Di Mauro Meggiolaro
Una foto pubblicata su Valori 55 (dicembre 2007). Un negozio Gap protetto dalla polizia durante una manifestazione contro il World Economic Forum a New York nel lontano 2002 (Alex Majoli, Magnum Photos)

Questo articolo è stata pubblicato sul numero 55 di Valori nel dicembre 2007. Lo riproponiamo perché i suoi contenuti, a quasi 12 anni di distanza, sono più attuali che mai.

Irrispettosi e aggressivi, non si fermano davanti a nulla e nessuno. Da almeno due anni i famigerati fondi activist popolano le prime pagine dei giornali finanziari. L’ultimo in ordine di tempo è Algebris, un fondo hedge (speculativo) britannico creato appena un anno fa. Alla fine di ottobre ha osato profanare il tempio delle Generali, chiedendo, con una lettera al consiglio di amministrazione, una governance più “europea”: fine dei patti di sindacato tra soci che sbarrano la strada ad eventuali scalate, meno conflitti di interesse e uno stipendio più basso per il presidente.

A luglio ci aveva pensato l’attivista inglese John Mayo, con trascorsi da manager spregiudicato, a gettare nel panico Vodafone, colosso delle telecomunicazioni. Con una manciata di azioni e l’appoggio di un centinaio di azionisti era riuscito a presentare quattro mozioni all’assemblea dei soci dell’impresa, per chiedere, in sostanza, più profitti in tempi più brevi.

Gli activist si muovono con un copione ormai riconoscibile: individuano società che, secondo loro, rendono meno di quanto potrebbero, in silenzio ne diventano azionisti, si alleano con altri azionisti insoddisfatti e sferrano attacchi a sorpresa a colpi di lettere, mozioni, comunicati. Se non raggiungono gli obiettivi che si erano prefissati, riescono comunque a farsi pubblicità o a far salire il valore dei titoli che attaccano. Portando a casa facili guadagni.

Attivisti per missione

«Gli activist svolgono una funzione importante», spiega Alessandra Viscovi, direttore generale di Etica Sgr, società di gestione del gruppo Banca Etica.

«Ci ricordano che gli azionisti, se si organizzano, hanno un grande potere: possono risvegliare dal letargo le imprese, stimolandole a cambiare rotta».

«In realtà – continua Viscovi – gli attivisti di cui si parla in questi mesi, hanno principalmente obiettivi speculativi, di breve periodo. Da più di trenta anni esistono invece gruppi organizzati di azionisti che dialogano con le società quotate su temi sociali, ambientali e di governance. Con meno clamore, ma forse più risultati nel lungo termine».

L’inizio di un lungo confronto

I primi e più conosciuti sono gli ordini religiosi, i fondi e le associazioni riuniti sotto ICCR, Interfaith Center on Corporate Responsibility (Centro Interreligioso sulla Responsabilità Sociale), una coalizione, con sede a New York, che, dal 1971, presenta e fa votare ogni anno mozioni nelle assemblee di oltre 100 imprese americane.

«Chiediamo alle imprese più trasparenza sulle paghe degli amministratori, più attenzione alla riduzione delle emissioni
di inquinanti, maggiore chiarezza sul rispetto dei diritti umani nei Paesi del Sud del mondo», dichiara Laura Berry, executive director di ICCR.

«Raramente riusciamo a ottenere la maggioranza dei voti sulle nostre proposte, ma spesso la presenza in assemblea è l’inizio di un lungo confronto con l’impresa, che porta a risultati molto significativi», continua Laura Berry.

«Siamo riusciti a convincere Gap a pubblicare sul suo sito la lista dei laboratori a cui dà in appalto la produzione nei Paesi in via di sviluppo e ad indicare, con un semaforo rosso, gli stabilimenti che presentano più problemi dal punto di vista dei diritti dei lavoratori».

La forza dei fondi pensione

Rendere il mercato un luogo più democratico, stimolare le imprese ad essere più trasparenti. Con questi obiettivi CalPERS, il fondo pensione dei dipendenti pubblici californiani (250 miliardi di dollari di patrimonio), partecipa alle assemblee degli azionisti. Lo fa dall’inizio degli anni Ottanta, quando è partito il “corporate governance program”, con cui il fondo ha cominciato a fare pressione sulle imprese chiedendo più amministratori indipendenti, più donne nel board, paghe più eque a tutti i livelli. L’anno scorso ha sottoposto oltre 30 mozioni all’attenzione delle grandi corporation americane, il doppio rispetto all’anno prima, raccogliendo l’interesse di molti altri azionisti: in media più del 60% hanno votato con CalPERS.

In Europa la forza dei fondi pensione ha il volto rassicurante di Dominique Biedermann. Nel 1997 ha creato Ethos, fondazione Svizzera “per lo sviluppo sostenibile”, con sede a Ginevra. Oggi gestisce oltre 1,5 miliardi di euro per conto di un’ottantina di fondi pensione elvetici, che Ethos rappresenta nelle assemblee degli azionisti.

Nel 2005, all’assemblea di Nestlé, Ethos aveva chiesto, con una mozione, che Peter Brabeck, presidente e amministratore delegato della multinazionale, rinunciasse ad una delle due cariche per assicurare un maggiore equilibrio nella gestione dell’impresa. La mozione raccolse poco meno del 40% dei voti e non passò, ma da allora Brabeck è finito sotto il tiro incrociato della stampa internazionale e degli investitori istituzionali. Il “caso Nestlé” si è chiuso in settembre, con la nomina di un nuovo amministratore delegato. E la vittoria degli azionisti attivi.

Largo agli attivisti italiani

E l’Italia? Se si eccettuano le invettive di Beppe Grillo e la breve esperienza degli “azionisti ecologisti” di Legambiente, le uniche iniziative di azionariato attivo nel nostro paese sono promosse da Etica Sgr, attraverso i fondi di investimento etici Valori Responsabili. «Da tre anni partecipiamo alle assemblee delle imprese in cui investiamo, scriviamo lettere, dialoghiamo con i consiglieri e i manager», spiega il direttore generale di Etica Sgr Alessandra Viscovi.

«Abbiamo convinto Indesit a pubblicare il piano di certificazione ambientale dei suoi stabilimenti, abbiamo scritto a Heineken per avere maggiori informazioni sulla cessione dello stabilimento di Pedavena, abbiamo ottenuto da Johnson & Johnson e Colgate maggiore trasparenza sui test dei prodotti cosmetici effettuati sugli animali», continua la Viscovi.

A caccia di alleati

«Siamo alla ricerca di alleati tra gli investitori istituzionali per rendere più efficaci le nostre azioni. Abbiamo appena pubblicato le Linee guida sull’azionariato attivo, il primo documento del genere in Italia, con le quali spieghiamo le nostre strategie di intervento in assemblea in oltre trenta casi divisi in tre ambiti: sociale, ambiente e governance».

Intanto la Fondazione Culturale di Banca Etica si prepara a lanciare un programma di azionariato attivo per dare voce alle associazioni, ai movimenti e alle campagne per la giustizia sociale e la tutela dell’ambiente. Un percorso nuovo. Tutto da esplorare.

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