Parte 5

I protagonisti dell’azionariato attivo. Dagli Usa all’Europa per cambiare l’economia

Da Iccr a Calpers, dal Pri dell'Onu al neonato Shareholders for Change. Grandi investitori che gestiscono milioni cercando di migliorare il comportamento delle aziende

Di Elisabetta Tramonto
Si chiama "Fearless girl", la statua di una bambina "senza paura" che nel 2017 era stata posta davanti alla famosa statua bronzea del toro di Wall Street. Una campagna per invitare più aziende ad affidare cariche importanti alle donne. La foto è stata scelta da Iccr per raffigurare i propri interventi alle assemblee degli azionisti per chiedere comportamenti più responsabili in ambito sociale e ambientale

Convincere un’azienda come General Motors a ritirare i suoi investimenti in un Paese, il Sudafrica, perché era ancora presente l’apartheid. Costringere un big delle armi come la Sturm Ruger (ex Smith & Wesson) a redigere un report per monitorare la violenza collegata alle proprie armi e a sviluppare prodotti più sicuri. Obbligare grandi compagnie assicurative come Zurich Financial Services e Swiss Re, banche come UBS e Credit Suisse e multinazionali come Nestlé a sottoporre i piani di remunerazione del proprio management al voto degli azionisti.

Chi può riuscire a fare tutto questo? Ciascuno di noi, con i nostri investimenti o i nostri contributi per la pensione. Sempre che vengano gestiti responsabilmente da fondi pensione o da società di gestione del risparmio che si impegnino nell’azionariato attivo: avviino cioè un dialogo con i vertici delle imprese in cui investono, durante l’assemblea degli azionisti, ma anche al di fuori, con continui incontri con il management.

I risultati elencati all’inizio sono stati raggiunti da Iccr e da Ethos, alcuni dei protagonisti del panorama internazionale dell’azionariato attivo. Con la primavera si è aperta ufficialmente la stagione delle assemblee degli azionisti. Quelli attivi sono pronti ad entrare in azione in uno dei momento clou della loro attività.

Ecco chi sono i principali attori.

ICCR

L’Interfaith Center on Corporate Responsibility (Iccr),  una coalizione di circa 300 investitori da tutto il mondo, molti religiosi, con oltre 400 miliardi di dollari di patrimonio gestito, è il primo network internazionale di azionisti attivi. Fu fondato a New York nel 1971, quando i rappresentanti di alcuni gruppi religiosi protestanti si unirono per iniziare a dialogare con banche e società presenti in Sudafrica, dove ancora era diffuso l’apartheid.

Da più di 30 anni Iccr utilizza gli investimenti degli enti religiosi per influenzare le strategie di gestione delle imprese: presenta e fa votare ogni anno mozioni nelle assemblee di oltre 100 imprese americane e dialoga con i consigli di amministrazione. Chiede più trasparenza sulle paghe degli amministratori, più attenzione alla riduzione delle emissioni di inquinanti, maggiore chiarezza sul rispetto dei diritti umani nei Paesi del Sud del mondo.

Storica la prima vittoria di Iccr che nel 1971 costrinse la General Motors a ritirare i suoi investimenti dal Sudafrica, dove molto forte era ancora la discriminazione razziale.

Più recente la vittoria all’ultima assemblea (nel giugno 2018) di Sturm Ruger, tra i più grandi produttori di armi Usa. Con il 69% dei voti e con il sostegno di BlackRock, la più grande società di investimento al mondo, fu approvata la risoluzione delle suore azioniste attive. L’azienda sarà obbligata a redigere un report che monitori la violenza collegata alle proprie armi e a sviluppare prodotti più sicuri.

CalPERS

Il fondo pensione dei dipendenti pubblici californiani (250 miliardi di dollari di patrimonio), partecipa alle assemblee degli azionisti dall’inizio degli anni Ottanta, quando è partito il “corporate governance program”, con cui il fondo ha cominciato a fare pressione sulle imprese chiedendo più amministratori indipendenti, più donne nel board, paghe più eque a tutti i livelli.

Una vittoria emblematica di azionariato critico è stata quella condotta dalla Chiesa anglicana, che, riunendo investitori come CalPERS e la coalizione americana per le economie ambientali e responsabili, ha ottenuto dal colosso minerario svizzero Glencore, specializzato nell’estrazione e nello sfruttamento del carbone. L’anno scorso ha accettato di porre un limite alla produzione di questo combustibile fossile dannoso per l’ambiente.

Ethos

Fondata nel 1997 a Ginevra, in Svizzera, su iniziativa di due casse pensione, la fondazione Ethos raccoglie 226 fondi pensione pubblici elvetici, con oltre 170 miliardi di euro di patrimonio gestito . Ha avviato un dialogo con 150 grandi imprese elvetiche. In particolare è attenta alle politiche remunerative delle major in cui investe.

Tra i principali successi quello raccolto nel gennaio del 2010, quando le compagnie assicuratrici Zurich Financial Services e Swiss Re accettarono per la prima volta nella loro storia di sottoporre i piani di remunerazione del proprio management al voto degli azionisti. Ad accogliere le istanze di Ethos, tra gli altri, tre pezzi grossi del salotto buono nazionale: le banche UBS e Credit Suisse e il colosso Nestlé.

Shareholders for Change

È l’ultima arrivata nel mondo degli azionisti critici, ma ha già fatto molto: 15 interventi alle assemblee degli azionisti di grandi imprese multinazionali europee nel 2018. Oltre a lettere dense di domande su emissioni di CO2, paradisi fiscali, diritti dei lavoratori e incontri a porte chiuse con gli amministratori. La rete di investitori europei Shareholders for Change (SfC) è stata fondata a Milano nel dicembre del 2017, gestisce oltre 22 miliardi di euro ed è composta sette realtà consolidate basate in diversi Paesi europei e appartenenti al mondo della finanza etica e responsabile: Bank für Kirche und Caritas eG (Germania); Ecofi Investissements (Francia); Etica Sgr (Italia); fair-finance Vorsorgekasse (Austria); Fondazione Finanza Etica (Italia); Fundacion Fiare (Spagna); Meeschaert Asset Management (Francia).

Numerosi gli interventi in programma per il 2019 su temi come la fiscalità («Le multinazionali continuano a pagare troppo poche tasse, spostando i profitti in paradisi fiscali o Paesi a tassazione agevolata», spiega Andrea Baranes, presidente di Fondazione Finanza Etica), ma anche il contrasto ai cambiamenti climatici e il rispetto dei diritti umani lungo tutta la catena di produzione.

Shareaction

«Caro signor Jean Pierre Mustier, Unicredit come intende affrontare i rischi derivanti dall’aggravarsi della crisi climatica e limitare l’attuale finanziamento del carbone?». Si può sintetizzare così il contenuto della lettera inviata al CEO della banca italiana dalla coalizione di azionisti attivi Shareaction, per conto di un gruppo di investitori tra cui Schroders, Candriam and Storebrand, che gestiscono oltre 1.400 miliardi di dollari di asset.

In un’indagine condotta da ShareAction nel 2017, infatti, tra le 15 maggiori banche europee intervistate, UniCredit è l’unica che ancora deve pubblicare una strategia climatica e una politica contro gli investimenti nel carbone. E, invece di rafforzare il proprio portafoglio contro i rischi climatici, l’istituto di credito italiano ha pubblicato una strategia per ridurre le emissioni dovute alle sue  operazioni interne (ottimizzazione degli spazi di lavoro, andare a lavoro in bicicletta etc).

Nel 1990 a Londra il network studentesco People & Planet ha creato Shareaction per promuovere l’investimento sostenibile e responsabile tra i fondi pensione britannici. Da allora l’Ong ha condotto numerose indagini e lanciato diverse campagne a sostegno dell’azionariato attivo. Nel 2018 ha creato la Workforce Disclosure Initiative, che ha inviato un questionario su temi relativi a retribuzioni eque, diversity e piani per monitorare i loro progressi a 76 società. Di queste il 55% ha rifiutato di rispondere.

I 1200 firmatari dei Principi Onu per gli investimenti responsabili

I Principles for Responsible Investment (o PRI) sono stati lanciati dalle Nazioni Unite nel 2006 con l’intento di favorire la diffusione dell’investimento sostenibile e responsabile tra gli investitori istituzionali. Oggi fanno parte del Pri più di 1.200 firmatari tra investitori istituzionali, società di gestione del risparmio e fornitori di servizi.

Il Pri  è il punto di riferimento ufficiale per numerose realtà che vogliano portare avanti engagement con le imprese in cui investono. La definizione ufficialmente riconosciuta di “engagement” è del Pri, che ha pubblicato anche diverse guide all’azionariato attivo: come quella sull’engagement collaborativo.

Il tema della responsabilità fiscale è particolarmente caro al Pri: «La trasparenza nella politica fiscale e la pubblicazione di dati esaustivi sono fondamentali per la valutazione del rischio aziendale». Lo sottolinea il PRI che ha recentemente pubblicato la guida “Evaluating and engaging on corporate tax transparency: An investor guide” (“Valutare e coinvolgere le aziende in ambito di politica fiscale: una guida per gli investitori”). Dalla guida emerge come gli investitori traggano beneficio da un’azienda che adotta politiche fiscali responsabili e che le rendiconti in modo trasparente. Permette di individuare più facilmente eventuali rischi reputazionali.

«Il dialogo con gli azionisti porta benefici a tutti, anche alle imprese»

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