Glencore si piega agli azionisti critici: tetto alla produzione di carbone

Per la prima volte il colosso minerario elvetico imporrà un tetto alla produzione di carbone. Un successo delle strategie dell'azionariato critico

Di Andrea Barolini
Una miniera di carbone in Slovenia. Il mondo dovrà finanziare una transizione energetica se vorrà centrare gli obiettivi dell'Accordo di Parigi © Petar Milošević/Wikimedia Commons

Glencore si è piegata. Il colosso specializzato nell’estrazione e nello sfruttamento del carbone ha ceduto alle pressioni degli investitori critici. E ha accettato di congelare la propria produzione del combustibile fossile. Il che non significa rinunciare al business. Ma, per lo meno, evitare di investire ancora di più su una materia prima estremamente dannosa per clima e ambiente.

Gli azionisti critici guidati dalla Chiesa anglicana

Il gruppo, che ormai è il primo esportatore mondiale di carbone, imporrà dunque un tetto alla propria produzione. «Glencore rappresenta una delle più grandi compagnie minerarie diversificate. E, in quanto tale, il suo ruolo è cruciale nel permettere una transizione verso un’economia “low carbon”», ha spiegato la direzione del gruppo svizzero. Che – riferisce il quotidiano economico francese Les Echos – rivedrà le sue priorità in termini di investimenti.

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La multinazionale Glencore ha affermato di voler mettere un tetto alla propria produzione (ancora enorme) di carbone © BlueSalo via Wikimedia Commons

Si tratta di una grande vittoria dell’azionariato critico. Ed in particolare della Chiesa anglicana, che ha riunito gli investitori etici per chiedere a Glencore di cambiare strada. Una pressione forte e continua, che ha portato il gruppo minerario a sedersi al tavolo con l’iniziativa Climate Action 100 +. Al suo interno, trecento investitori che, insieme, rappresentano asset il cui valore è di circa 32mila miliardi di dollari. Ne fanno parte, tra gli altri, il fondo pensione californiano CalPERS e la Coalizione americana per le Economie ambientalmente responsabili.

L’autocritica elvetica: stiamo inquinando il mondo col commercio di carbone

«Puntiamo ad accrescere la produzione di materie prime essenziali per la transizione e la mobilità sostenibile». Verranno dunque incrementati gli sforzi per l’estrazione di rame, cobalto, nickel, o ancora zinco. La stessa Gencore ha stabilito il tetto al carbone «ai livelli attuali». Che rimangono però ancora largamente incompatibili con gli obiettivi stabiliti dalla comunità internazionale nell’Accordo di Parigi.

Glencore produce però 150 milioni di tonnellate di carbone all’anno

Il colosso elvetico continuerà infatti a produrre 150 milioni di tonnellate all’anno. Cifra che è tra l’altro aumentata sensibilmente nel corso degli ultimi anni. Anche per via di due colossali acquisizioni effettuate in Australia. Tanto che il business del combustibile fossile, nel 2018, ha rappresentato un terzo del risultato operativo del gruppo.

Soltanto nello scorso mese di dicembre, l’amministratore delegato Ivan Glasenberg assicurava che la domanda mondiale di carbone resterà alta. In particolare in Asia. E che i prezzi sono destinati a crescere. È chiaro perciò che Glencore non intende seguire le tracce della concorrente Rio Tinto, che lo scorso anno ha annunciato di voler abbandonare il settore. Almeno per ora.

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