Una nuova Maastricht per una crisi diversa da tutte le precedenti

La recessione attuale ha caratteri inediti. La catena del valore globale fortemente interconnessa impone scelte radicali. Con nuove istituzioni, prospettive, ambizioni

Il Trattato di Maastricht firmato nel febbraio 1992 ha rappresentato una nuova fase del processo di unione tra i popoli d'Europa. Ha gettato le basi per la moneta unica e ampliato gli ambiti di cooperazione tra i Paesi europei.

Scrivere delle cose sensate durante la crisi coronavirus, che mette in ombra financo la crisi del ’29, è una impresa titanica, tanto più lo è immaginare il futuro dell’evoluzione del sistema economico e industriale: è come giocare a dadi con Dio.

Alcuni istituti hanno provato a stimare gli effetti del coronavirus; il REF stima una contrazione del Pil italiano nel primo semestre (2020) pari a meno 8%, mentre il FMI stima una caduta pari a meno 0,6%. Sono valori credibili? Siamo sicuri che fermare per alcuni mesi l’economia e il sistema industriale porti a una caduta così contenuta?

Ridisegnare la catena del valore

Ho sempre diffidato di certe proiezioni, ma in questo momento sono ancor meno giustificabili. Sarebbe più onesto affermare che non sappiamo e che non è il caso di stimare alcunché. Molto più utile sarebbe indagare la catena del valore internazionale e come questa possa e, probabilmente, debba ridisegnarsi.

Provo a fare un esempio stupido, ma estremamente importante: la politica agricola, la PAC europea per intenderci, sembrava diventata residuale rispetto alle grandi sfide tecno-economiche. Dopo il coronavirus qualcuno ha certamente cambiato idea. In qualche misura dobbiamo ridisegnare il mondo, con nuove istituzioni, prospettive, ambizioni.

Possiamo utilizzare a margine gli attuali strumenti economici disponibili, penso al Patto di Stabilità e Sviluppo dell’Unione Economica e Monetaria (UEM), ma la sfida europea non è legata alla riforma dei trattati esistenti, piuttosto alla necessità di delineare una nuova e ben più coerente Maastricht che prenda l’Europa sul serio, citando Einaudi (i diritti presi sul serio).

Inoltre, questa volta è veramente diverso. Qualcosa emerge, pur con tutte le contraddizioni del caso; ritornano i settori essenziali strategici nel vocabolario: energia, trasporti, comunicazioni, reti di telecomunicazione elettronica, poteri speciali con riguardo a tutte le società che svolgono attività di rilevanza strategica e non più soltanto nei confronti delle società privatizzate, pregiudizio per gli interessi pubblici relativi alla sicurezza ed al funzionamento delle reti e degli impianti ed alla continuità degli approvvigionamenti anche ai beni, ritorna la sanità e non solo come erogazioni di servizi. Sono ancora poteri nazionali, ma come non osservare la portata sovranazionale di questi richiami.

Una crisi unica e diversa

Come interpretare quanto accaduto? Per delineare una prospettiva economica e industriale è necessario comprendere l’unicità e diversità di questa crisi.

L’Unione europea nel corso degli ultimi 20 anni è stata attraversata da 4 grandi crisi, via via sempre più profonde e di struttura:

  • 2000 dot.com;
  • 2008 sub-prime;
  • 2011 debiti sovrani,
  • 2020 coronavirus.

Sono delle crisi importanti, ma con un segno economico diverso l’una dall’altra e in contesti istituzionali non propriamente omogenei:

  • la crisi delle cosiddette dot.com (2001) si presenta quando nasce l’euro (2002) e lo scheletro di una politica europea;
  • la crisi del 2008 è una crisi finanziaria prima ed economica dopo, e sollecita l’intervento pubblico degli stati membri (un punto da sottolineare: la crisi è affrontata in “solitudine” dai singoli Stati, ancorché coordinati dalla Commissione europea);
  • la crisi del 2011 è la sorella minore della crisi del 2008, ma più pericolosa in quanto manifesta la debolezza istituzionale europea che costringe gli stati a mettere sotto controllo i debiti sovrani dal lato della spesa in assenza di un bilancio pubblico europeo (Fiscal Compact);
  • la crisi del 2020 è cronaca, ma ha un segno di struttura inedito e globale, con degli effetti economici e di finanza pubblica incalcolabili, financo sulla così detta catena (globale) del valore.

Ad essere messo in dubbio oggi è l’intero paradigma fondato sul neo-mercantilismo fondato su catene del lavoro (valore) globali molto ‘lunghe’; basti pensare che due terzi del commercio internazionale è composto da beni intermedi. Questo modello stava già palesando i suoi limiti prima dell’arrivo del coronavirus, ma oggi è probabilmente da ripensare.

Quei segnali inascoltati

Non sono mancati segnali d’avvertimento: l’industria europea è diventata via via sempre più tedesca, ridisegnando la geografia economica europea. Neppure l’Italia, che pur aveva qualcosa da dire, è riuscita a contrastare il monopolio tedesco, diventando in tutto subfornitore come altri paesi europei (il nostro paese ha ceduto alla Germania il 20% della propria produzione); la domanda interna è scomparsa dall’orizzonte della politica economica e i redditi da lavoro sono via via diventati residuali per la crescita economica; la struttura economica è diventata tanto integrata quanto fragile, sia rispetto al corso dei titoli trattati in Borsa e sia rispetto all’approvvigionamento.

In pochi anni le esportazioni e le importazioni in valore sono più che raddoppiate, mentre il PIL registra tassi di crescita modesti. PIL ed esportazioni non sono indicatori economici sovrapponibili, fanno capo a variabili diverse, ma un link economico, un senso, devono pur averlo.

Nessuno è al riparo

Nemmeno la Cina è ormai al riparo da questa forza-debolezza della catena del valore integrata. Le esportazioni e le importazioni sono ormai un complesso intreccio di dare e avere anche per questo Paese: ormai pesa per il 23% delle esportazioni e il 18% delle importazioni mondiali.

Qualcuno suggerisce e propone “Lo Stato imprenditore”, ma lo Stato non è un imprenditore. Presidia i settori essenziali e strategici, o almeno la Storia economica ha insegnato. Quale sia la prospettiva industriale nazionale ed europea mi sfugge, se non quella di una nuova geografia economica che lascerà morti per strada. Ma questo esito sarà tanto più incerto quanto più lo Stato, e l’Europa pubblica in particolare, presiederanno i settori essenziali e strategici.


* L’autore è stato commissario dell’Agenzia per l’industria militare (agenzia regionale lombarda) e assistente del presidente della Commissione Industria Nerio Nesi dal 1996 al 2001. Si occupa principalmente di analisi del bilancio pubblico, politica industriale. È
editorialista economico de Il Manifesto e autore per Valori, Economia e Politica, Sbilanciamoci.info, Moneta e Credito, Economia e Lavoro, World Economic Review.

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