La finanza può aiutare ad uscire dalla crisi. Ma con nuove regole

Le banche potrebbero sostenere i clienti e la ripresa economica. Ma servono regole che non le penalizzino. Per una finanza al servizio del bene comune

Andrea Baranes*
Andrea Baranes*
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Viviamo in uno stato di incertezza e preoccupazione sconosciuti alla maggior parte di noi. Agli evidenti motivi sanitari, si sommano quelli di natura economica. Per trovare un punto di riferimento, si cercano dei paragoni con l’ultima crisi recente, quella esplosa con la bolla dei subprime negli Stati Uniti.

2008-2020: due crisi a confronto, ma poche analogie

Se anche in quel caso la crisi ha rapidamente coinvolto l’intero Pianeta, è però difficile trovare delle analogie. Nel 2008 abbiamo vissuto un collasso del sistema finanziario, che ha successivamente trascinato con sé l’economia. In questo caso la genesi è opposta. La pandemia ha portato a un blocco di moltissime attività economiche. Il crollo finanziario è legato a diversi fattori.

Per sua natura la finanza cerca di anticipare l’andamento futuro dell’economia e un ribasso era quindi da attendersi. A questo si somma, però, l’effetto di “gregge”, della gran parte degli investitori, che creano ondate di euforia e panico sui mercati. Un andamento ulteriormente amplificato dal fatto che le strategie di investimento di moltissimi fondi sono regolate da algoritmi, che sulla base di informazioni uguali reagiranno tutti nello stesso modo.

Il circolo vizioso tra finanza speculativa e instabilità dei mercati

Su tali fenomeni si innesca la speculazione finanziaria, che si nutre proprio dell’instabilità. Speculare significa comprare a poco e rivendere il prima possibile al prezzo maggiore possibile (sui mercati finanziari è anche possibile l’opposto, ovvero la speculazione al ribasso). Questo significa che più le oscillazioni dei prezzi sono ampie e rapide, più lo speculatore potrà estrarre profitti dalla sua attività speculativa. Un’attività che ha assunto dimensioni tali da generare – o per lo meno esasperare – essa stessa quell’instabilità funzionale a generare i suoi profitti. Più instabilità significa maggiore oscillazione dei prezzi, il che spinge altri speculatori a lanciarsi in operazioni simili, in una spirale che si auto-alimenta.

Per l’ennesima volta la finanza si sta dimostrando una parte del problema invece che della soluzione.

Banche che aiutano i clienti, il problema del rispetto delle regole

All’opposto, diverse banche cercano di mettere in campo strumenti per aiutare la propria clientela in un momento così difficile, ad esempio sospendendo alcune rate, allungando la scadenza dei prestiti o con altre misure. Uno dei problemi in questo caso è capire come ciò si possa fare sempre più e sempre meglio all’interno dell’attuale quadro di regole.

La normativa prevede infatti che le banche debbano monitorare e comunicare alle autorità di controllo (le rispettive banche centrali) lo stato dei crediti erogati. Molti di questi non avranno problemi (i cosiddetti crediti in bonis), per alcuni ci saranno segnali di difficoltà (ad esempio un mutuatario in ritardo con i pagamenti), altri saranno “in sofferenza”, ovvero non vengono ripagati. La Banca Centrale può così analizzare lo stato di salute del portafoglio crediti di una banca, mettendolo in relazione con la disponibilità patrimoniale della Banca stessa. Il patrimonio di una banca è infatti un criterio fondamentale per determinarne la solidità e la capacità di assorbire perdite e superare momenti di difficoltà.

Rischiano si essere penalizzate gli istituti più “generosi”

Per questo le normative bancarie internazionali, a partire dagli accordi di Basilea, prevedono che le banche debbano avere, oltre a un capitale proprio minimo e uguale per tutte, del capitale addizionale (Additional Capital Requirements). L’ammontare di questo capitale supplementare cambia da banca a banca. Ogni istituto è sottoposto a una revisione periodica da parte delle autorità di vigilanza (chiamata SREP – Supervisory and Evaluation Process), tesa proprio a capirne la solidità complessiva, e a fissare l’ammontare di capitali addizionali che la banca stessa dovrà avere. La valutazione si basa su una pluralità di fattori, dal modello di business della banca ai rischi che questa corre, tra i quali in particolare lo stato di salute dei crediti erogati.

Sempre in base alle attuali regole di vigilanza, qualsiasi modifica nelle condizioni di un credito erogato fa sì che questo esca dal perimetro dei crediti in bonis e venga considerato, se non in sofferenza, per lo meno sorvegliato speciale. All’aumentare della percentuale di tali crediti, le autorità di vigilanza desumeranno che la banca corre rischi maggiori e per questo motivo potranno imporre requisiti patrimoniali più stringenti.

Il problema è cosa potrebbe accadere oggi per le banche che cercassero, come accennato in precedenza, di aiutare la propria clientela rivedendo le condizioni dei prestiti già erogati. Concedendo a un mutuatario la sospensione di alcune rate, oppure allungando una scadenza, o ancora sospendendo momentaneamente un pagamento? In automatico, tutti questi crediti le cui condizioni vengono riviste per dare ossigeno alla clientela, andranno contabilmente a finire tra quelli “problematici”, con il rischio che alla prossima revisione da parte delle autorità di vigilanza alla banca saranno imposte condizioni patrimoniali più gravose.

La banca verrebbe quindi penalizzata per aver cercato di aiutare imprese e famiglie.

Se le banche non aiuteranno i clienti saranno “guai”

È chiaramente un controsenso. Se la banca si assume un costo economico maggiore nel momento in cui concede condizioni migliori alla sua clientela per sostenerla durante la crisi, non dovrebbe essere penalizzata anche sul piano finanziario e patrimoniale. Basti pensare che la scelta di non concedere tali condizioni migliori significherebbe con ogni probabilità che molti dei clienti  in crisi – imprese, organizzazioni e famiglie – non potrebbero restituire i prestiti, il che porterebbe proprio all’aumento delle sofferenze sui crediti che le attuali regole dovrebbero scongiurare.

Non solo, ma l’alternativa è sicuramente ben più problematica. Molte banche si disfano dei crediti problematici e ripuliscono i propri bilanci ricorrendo alle cartolarizzazioni. Semplificando, vendono sottocosto i propri crediti in difficoltà o in sofferenza ad attori specializzati che cercano poi di rivalersi sui creditori originari. Da un lato in questo modo le difficoltà delle banche rischiano di essere trasferite su famiglie e imprese, dall’altro la pratica delle cartolarizzazioni è proprio alla base dello scoppio della bolla dei subprime nel 2008 (quando i mutui venivano appunto cartolarizzati e rivenduti a fondi e investitori di tutto il mondo).

Riscrivere le regole bancarie a sostegno all’economia reale

Negli ultimi giorni si è molto discusso delle misure che i governi e le banche centrali dovrebbero mettere in campo per sostenere l’economia in questa fase di profonda crisi. Le regole che sono state messe in piedi negli ultimi anni erano anche una risposta alla crisi del 2008, e non bisogna pensare di smantellarle nella situazione attuale.

È però altrettanto vero che già da tempo in diversi segnalavano come tali regole appesantissero proprio le banche che “fanno le banche”, concentrandosi sull’attività di erogazione dei crediti, mentre molto meno è stato fatto per attaccare il gigantesco casinò finanziario responsabile della crisi stessa. Anzi, l’effetto paradossale di questa iper-regolamentazione dell’erogazione del credito è stato quello di spostare ancora più capitali verso attività speculative, e dalle banche verso il cosiddetto sistema bancario ombra, ovvero quell’insieme di società che svolgono operazioni analoghe alle banche senza esserlo, e quindi senza essere sottoposte ad analoga sorveglianza.

Attori non bancari e non vigilati, vendite allo scoperto, orizzonti di brevissimo termine: una pletora di operatori con finalità esclusivamente speculative che in molti casi traggono enormi profitti da questa fase di alta volatilità sono ancora oggi la norma.

…che riportino la finanza al servizio del bene comune

La reazione scomposta e nociva dei mercati alla pandemia dimostra, per l’ennesima volta, che l’attuale sistema finanziario è in massima parte incapace di operare nell’interesse pubblico. Un sistema che trova terreno fertile nel micidiale mix di regole sbagliate e di enormi masse di liquidità immesse sui mercati. Un sistema che spesso penalizza chi cerca di fare finanza in maniera corretta.

Oggi la discussione è aperta su come fare sì che le banche possano andare incontro alla propria clientela. Il 25 marzo scorso l’autorità bancaria europea (EBA) si è espressa dichiarando che le misure di moratoria sui prestiti non dovranno essere automaticamente considerate come un peggioramento dello stato del credito stesso. Se da un lato ci sono quindi dei segnali sicuramente positivi, dall’altro sembra che si parli sempre di eccezioni in un momento di particolare difficoltà. La speranza è invece che l’attuale crisi non sia vissuta unicamente nell’emergenza del momento per poi tornare al “business as usual”, ma possa innescare una riflessione profonda per elaborare un quadro di regole che permettano di ripartire su binari diversi e alla finanza di tornare a essere un mezzo al servizio dell’economia e dell’insieme della società, e non un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi.

 

* Vicepresidente di Banca Etica

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