Cercasi liquidità disperatamente. La corsa anti-default dagli USA all’Europa

La crisi di liquidità colpisce molti settori. Società petrolifere e linee aeree chiedono aiuto. Pericoli altissimi nel medio periodo. Milioni di occupati in bilico

Allarme liquidità. Quello del trasporto aereo è uno dei settori più a rischio nella crisi attuale. Foto: Pickpik.com, royalty free

L’allarme liquidità non deve trarre in inganno. Quella scatenata dall’epidemia di Covid-19, infatti, «non è una crisi finanziaria», anche perché le banche «sono in gran forma e sono pronte a fornire un aiuto». Così Michael Corbat, Ceo di Citigroup, durante un incontro alla Casa Bianca lo scorso 11 marzo. Parole che rassicurano fino a un certo punto – molto, infatti, dipenderà dalla portata e dalla durata dell’emergenza – ma che hanno il merito di centrare in pieno la questione di fondo. Il sistema finanziario USA, a differenza di 12 anni or sono, mostra una certa solidità.

Solo che questa è una crisi completamente diversa, un ciclone che investe produzione e consumi, domanda e offerta. Insomma, un disastro imprevisto e presumibilmente imprevedibile. E non sorprende, dunque, che nei settori più esposti alla crisi si sia già iniziato a correre ai ripari.

USA, caccia alla liquidità

La parola chiave è liquidità. Ovvero un mucchio di dollari. Li distribuisce a piene mani la Fed, li promette Trump con il maxi piano a 9 zeri, li accumulano gli investitori che già pregustano il rimbalzo delle Borse. E li cercano le imprese, impegnate negli ultimi tempi a contrarre nuovi prestiti e ad attingere dalle linee di credito esistenti. Gli esempi si sprecano, racconta la Reuters, citando i casi più clamorosi.

Boeing, sostiene l’agenzia, punta a recuperare risorse da un maxi prestito da 13,8 miliardi di dollari mentre United Airlines ha da poco raccolto 2 miliardi aggiuntivi per innalzare la propria liquidità a quota 8 miliardi. Altre operazioni simili coinvolgono la catena alberghiera Hilton (1,75 miliardi di crediti), eBay (2 miliardi), Walt Disney (due operazioni per complessivi 8,25 miliardi), Royal Caribbean (550 milioni), il gigante alimentare Mondelez (2,5 miliardi) e i gestore di casinò Wynn Resorts (850 milioni).

Si salvi chi può (non tutti)

La propensione al credito aiuta, questo è certo. Ma per qualche settore, suggerisce qualcuno, l’allarme liquidità potrebbe essere solo rimandato. «Visto che la pandemia scuote le catene di approvvigionamento e costringe in casa consumatori e lavoratori, le aziende più deboli in America potrebbero non essere in grado di resistere allo shock» rileva la CNBC.

Osservate speciali, ovviamente, sono le compagnie del gas e del petrolio che scontano la tremenda combinazione della congiuntura economica – drastico calo della domanda – e della guerra dei prezzi – drastico eccesso di offertalanciata dall’Arabia Saudita. Con il valore di mercato del greggio ormai stabilmente in area 20 dollari i rischi sono enormi. Le società petrolifere sono in buona compagnia: ad oggi, sostiene ancora la CNBC, le maggiori preoccupazioni riguardano anche il settore automotive e la grande distribuzione, due comparti decisamente in difficoltà.

Europa: voli e turismo nell’occhio del ciclone

Anche l’Europa guarda con crescente preoccupazione alle prospettive dei settori più colpiti, a partire dal trasporto aereo. All’inizio di marzo alcune delle maggiori compagnie tra cui British Airways e Ryanair hanno cancellato centinaia di voli seguendo l’esempio dei concorrenti asiatici e americani. Nel 2020, dicono le stime dell’International Air Transport Association (IATA), le linee aeree europee dovrebbero perdere 76 miliardi di dollari a causa del drastico calo di passeggeri (-49% rispetto al 2019).

Alla fine del mese, ricorda il Guardian, le compagnie hanno chiesto a gran voce l’intervento dei governi per rispondere alla crisi di liquidità che coinvolge il settore. Le proposte includono sgravi fiscali, prestiti e iniezioni di denaro pubblico. Senza questi provvedimenti, osserva il direttore della IATA, Alexandre de Juniac, si rischiano default «di massa».

In Italia 256mila posti di lavoro a rischio

I numeri, d’altra parte, non mentono. Le perdite previste, calcola la IATA, colpirebbero non solo il comparto ma anche i settori collegati mettendo a rischio 5,6 milioni di posti di lavoro e una quota del Pil europeo pari a 378 miliardi di dollari. Il Regno Unito pagherebbe il prezzo più elevato con 21,7 miliardi di dollari di perdite e 402mila posti di lavoro in bilico. Seguono, nell’ordine, Germania (15 miliardi, 400mila posti di lavoro), Spagna (13 mld / 750mila) e Francia (12 mld / 318mila). L’Italia rischia di perdere 9,5 miliardi mettendo a rischio 67,4 miliardi di Pil e 256mila lavoratori.

Turismo e banche nel mirino

Nell’insieme dei settori correlati spicca ovviamente il comparto turistico. «Anche se la crisi dovesse essere contenuta nei prossimi mesi», nota ancora il Guardian, «le scosse di assestamento potrebbero protrarsi ben oltre, la stagione turistica estiva sarebbe spazzata via e le imprese perderebbero una quota enorme dei loro ricavi annuali». Il pensiero corre immediatamente all’Europa meridionale e ovviamente all’Italia. Secondo il quotidiano britannico la crisi del settore potrebbe colpire di riflesso le banche, chiamate a fronteggiare un’altra ondata di default sui prestiti concessi agli operatori.

Certo, in termini di liquidità e capitalizzazione, nota una recente analisi della società di gestione britannica Schroders, le banche europee sono in condizioni migliori rispetto alla crisi del 2008. Ma come nel caso statunitense, anche qui, le rassicurazioni non paiono del tutto sufficienti. «Il rischio più grande è dato da una flessione prolungata nel medio termine» sottolinea l’analista della stessa società UK Justin Bisseker. «In quel caso, probabilmente, molte banche inizierebbero ad accumulare perdite».

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