Olio di palma nel biodiesel: a ogni pieno distruggiamo le foreste

Legambiente lancia l'allarme e una petizione. Per la legge italiana i carburanti che contengono olio di palma sono green. Quindi ricevono sussidi, che paghiamo noi

Andrea Poggio
Gli oranghi vivono nelle foreste del Borneo, tra Malesia e Indonesia. Sono a rischio di estinzione a causa della deforestazione provocata dalla produzione di olio di palma. Intere famiglie di questi animali vengono distrutte e i legami tra le mamme e i cuccioli di orango, tra i più forti al mondo, vengono spezzati. Non hanno più di che nutrirsi e, quando si avvicinano ai frutti delle palme, vengono uccisi. (Foto di e-smile da Pixabay)
Andrea Poggio
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Cosa pensereste se vi dicessimo che ogni volta che riempite il serbatoio della vostra auto contribuite e distruggere foreste nel Borneo? È esattamente quello che accade. Perché nel gasolio, quello spacciato come green, il biodiesel, c’è olio di palma. Proprio quell’olio di palma che molti hanno imparato a evitare quando comprano le merendine al supermercato, perché responsabile della distruzione di intere foreste e dell’estinzione di specie animali come gli oranghi. Peccato che la maggior parte dell’olio di palma importato in Europa, e più recentemente anche l’olio di soia, non finisca nel cibo, ma nei biocarburanti.

Sempre più olio di palma nei biocarburanti, che finanziamo noi

A partire da quando è entrata in vigore la direttiva Ue sulle Energie rinnovabili RED I nel 2009, la quota di olio di palma importato dal Sud-est asiatico e destinata ai trasporti è aumentata drasticamente. Anno dopo anno è cresciuta, passando da 825mila tonnellate nel 2008 a 3,9 milioni di tonnellate nel 2017.

A finanziare la deforestazione, quindi, siamo noi, inconsapevolmente, ad ogni pieno di gasolio.

E la legge italiana lo permette, anzi, ne è la responsabile. Perché riconosce questi olii alimentari, come carburanti “rinnovabili”. E li sussidia. Così senza saperlo, l’1% di quello che paghiamo per il carburante finanzia la deforestazione.

Consumo di olio di palma per settore
Andamento del consumo di olio di palma per settore (alimentare, energia, biocarburanti). Confronto 2008-2017. FONTE: OILWORLD

La legge italiana aiuta la produzione di olio di Palma

È la legge italiana che sussidia i falsi carburanti green. La normativa, infatti, ammette aggiunta di olio di palma nel gasolio e concede ai petrolieri di scaricarne il costo sui consumatori, su tutti noi che facciamo il pieno, anche di benzina.

L’Italia ha importato nel 2018 circa 500 mila tonnellate di olio di palma dall’Indonesia, dalla regione delle foreste del Borneo, dove vivono popolazioni indigene e primati come gli oranghi (Indonesia e Malesia sono i due principali paesi produttori di questa sostanza al mondo, pari all’85% dell’offerta mondiale).  A sostenerlo sono rapporti ufficiali dell’Onu e della Commissione europea (come lo studio Globiom , che attesta come, per il clima, il biodiesel dell’olio di palma sia tre volte peggiore rispetto al normale diesel).

Eppure ci spacciano il “bio”-diesel come green e rinnovabile. E ce lo fanno pagare come tale. Quanto? A spiegarcelo è lo stesso GSE, la società che per lo stato italiano controlla i consumi energetici italiani.

600 milioni all’anno, 16 euro ogni mille litri di carburante (benzina e diesel) acquistati da una famiglia italiana. Circa l’1% del prezzo finale del carburante  finanzia l’acquisto di olio di palma

E così noi diventiamo complici inconsapevoli di distruzione delle foreste, della migrazione dei popoli e dello sterminio di specie animali del mondo. “Non è solo un SAD (sussidio ambientalmente dannoso) – sostiene Legambiente – è anche un inganno!”

Come? Non sono soldi che passano dallo stato, è un meccanismo di mercato imposto per legge. L’Europa, attraverso leggi nazionali, obbliga i distributori di carburante (Agip, Shell, Total, ecc) ad una quota di rinnovabili sul venduto, lasciando liberi i petrolieri ad acquistare quello che costa meno: è così che il 53% dell’olio di palma acquistato dall’Europa finisce nel carburante (54% in Italia). Chi supera la percentuale obbligatoria può vendere quote di titoli “rinnovabili” a chi non ne ha abbastanza. Il prezzo dei titoli lo fa il mercato. Tutto bello, in apparenza. In realtà i petrolieri scaricano i costi del meccanismo sul consumatore e così, anche chi va a benzina paga per metterci olii vegetali d’importazione nel gasolio della concorrenza.

Un pieno di palle

Ci hanno raccontato #unpienodipalle, è questo l’hastag della campagna di Legambiente, una petizione per cambiare una legge sbagliata, che ha già raccolto quasi 50 mila firme.

 

Se distruggi le foreste inquini più del gasolio

Non solo. Proprio a causa della distruzione di foreste, studi ufficiali della Commissione europea hanno appurato che ogni litro di olio di palma bruciato comporta emissioni di CO2 triple di un litro di gasolio. Un litro di olio di soia, il doppio. La ragione: perché si deve tener conto delle emissioni indirette provocate dalla distruzione forestale. Quindi, l’olio di palma inquina di più del gasolio.

Eni dice il contrario, accusata di pubblicità ingannevole

Contro la pubblicità ingannevole del biodiesel promosso in Italia, Legambiente, Movimento di Difesa del Cittadino hanno presentato segnalazione all’Autorità garante all’inizio dell’anno e stiamo attendendo giudizio finale. L’Eni rischia una multa a causa della sua pubblicità, che noi consideriamo ingannevole, che stima minori “emissioni gassose sino al 40%. Non ci pare che nessuno l’abbia dimostrato e soprattutto sperimentato. Ma non basta prendercela con il greenwatching, si deve anche cambiare la legge, la legge che ci costringe a finanziare come bio, green e rinnovabile anche l’olio di palma e derivati di importazione dall’Indonesia, che non lo sono più neppure alla luce della nuova direttiva europea che l’Italia deve recepire entro il prossimo anno.

L’alternativa c’è

La Norvegia e, più recentemente, la Francia (è di questi giorni il difficile passaggio della norma al Parlamento francese) hanno deciso di non sussidiare più l’olio di palma nei carburanti dal 1 gennaio 2020. Noi proponiamo che l’Italia cessi dal 1 gennaio 2021, un anno, non di più per trovare valide alternative. Perché non usare oli alimentari usati (in Italia si stima che circa 300 mila tonnellate finiscano ad inquinare gli scarichi fognari)? Perché non produrre bioetanolo o biometano da rifiuti e da scarti agroalimentari? Perché più complicato e forse un po’ più costoso perché costringe a progettare bioraffinerie, impianti di biogas, filiere agricole leggermente più complesse. Ma una volta messe a punto e realizzate consentono di usare materie prime rinnovabili e a basso costo: è economia circolare che, in definitiva, viene pagata dal consumatore finale. Come oggi la distruzione delle foreste del Borneo e dello sterminio degli oranghi e delle popolazioni indigene. Fateci scegliere.

 

* Responsabile mobilità sostenibile e stili di vita presso la segreteria nazionale di Legambiente

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