Ambiente

«I mercati? Pessimi profeti sui danni da climate change»

Tre analisi internazionali concordano: economicamente disastroso anteporre la crescita alla lotta al surriscaldamento globale. E i mercati delle emissioni di CO2 sono destinati a fallire

Di Rosy Battaglia
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Sottostima dei danni ambientali e sociali, disuguaglianza e povertà. I mercati finanziari si sono rivelati inadeguati nel gestire l’impatto economico del surriscaldamento globale. A rivelarlo tre analisi internazionali, una americana, dell’Università della California di San Diego, l’altra tedesca, della Ludwigs‐Maximilians University’s Center for Economic Studies and the Ifo Institute (CESifo) e, infine, quella del Green Finance Observatory (GFO).

Il fallimento dei mercati del carbonio

I dati dicono che anteporre le esigenze di crescita al climate change è una strategia del tutto disastrosa, anche dal punto di vista economico. «Affrontare il cambiamento climatico richiede solide politiche ambientali, non altri «mercati del carbonio» che sono destinati a fallire – confermano gli oltre 90 accademici provenienti da tutto il mondo riuniti nel Green Finance Observatory.

Nel loro monito, viene ribadito un concetto che, tra gli addetti ai lavori, è ormai lampante: lasciare al libero mercato e alla finanza, estremamente sensibili alla lobby delle fossili, il meccanismo di compensazione e riduzione delle emissioni di CO2, non solo non ha funzionato, ma sta creando ulteriori danni ambientali, sociali ed economici.

L’idea che, un aumento dei prezzi dei «permessi di inquinare» potesse incentivare gli inquinatori a frenare le loro emissioni di gas serra, e passare dai combustibili fossili alle tecnologie rinnovabili, non ha funzionato. «Le fluttuazioni selvagge dei costi rendono impossibile osservare qualsiasi tendenza e ricavare qualsiasi informazione utile che consenta alle industrie di pianificare un cambiamento tecnologico» aggiungono gli esperti del GFO.

Alla COP25 di Santiago del Cile il tema del carbon market

Il dibattito internazionale, in vista della prossima COP 25, Conferenza delle Parti, che si terrà a Santiago del Cile il prossimo dicembre, comincia, così, a farsi teso. Proprio in quella occasione, infatti, si dovranno approvare le regole relative all’’articolo 6 dell’Accordo sul clima di Parigi, sul Carbon Market internazionale e i nuovi possibili meccanismi, per impedire la crescita della temperatura globale a 2 C°.

Tutto parte dal Social Cost of Carbon (Scc), il parametro economico internazionale che misura il danno, causato dall’emissione in atmosfera, di una tonnellata di CO2. Ora è rimesso in discussione, sia per calcolo che per entità, da ricercatori ed economisti, con risultati che potrebbero capovolgere il tradizionale scenario politico globale.

Danni ambientali, costi nascosti

A differenza di quanto veicolato all’opinione pubblica, infatti, i Paesi che dovranno fronteggiare i maggiori danni economici da climate change non saranno quelli più poveri, che tuttavia rimangono i più esposti alle catastrofi naturali, ma le grandi potenze come Usa, India, Arabia Saudita e Cina.

Questo il nocciolo dello studio americano pubblicato su Nature. L’analisi prende in esame l’Scc di 200 paesi nel mondo e approfondisce i danni determinati dai cambiamenti climatici.  Nell’analisi vengono inclusi i cambiamenti nella produttività agricola, le ricadute sulla salute umana, l’aumento del rischio di alluvioni e la riduzione dei costi per il riscaldamento e i maggiori costi per l’aria condizionata.

Il costo sociale della CO2, dollari per tonellata, secondo l’Environmental Protection Agency (Epa) USA

«Sappiamo tutti che l’anidride carbonica rilasciata dai combustibili fossili colpisce persone ed ecosistemi in tutto il mondo, oggi e in futuro. Tuttavia, questi impatti non sono inclusi nelle quotazioni di mercato, creano un danno ambientale e i consumatori non sono consapevoli dei costi reali di tutto ciò» ha ribadito Kate Ricke, autrice  dello studio.

Clima, fattore di disuguaglianza sociale

Affermazioni alle quali fanno eco le conclusioni del working paper di CESifo, «The social cost of carbon and inequality». Senza misure preventive, le fasce di popolazione economicamente più deboli, di tutti gli Stati, a partire da quelli europei, saranno esposti ad una maggiore disuguaglianza sociale. Gli economisti tedeschi, dati e formule alla mano, hanno, infatti, dimostrato come clima e economia non possano essere separati, pena una maggiore divisione tra classi abbienti e più povere.

Anzi, ribadiscono: se i governi nazionali non riusciranno a risarcire le famiglie a basso reddito per i danni provenienti dai cambiamenti climatici, il costo sociale del carbonio, aumenterà a livello globale. «I nostri risultati suggeriscono che è cruciale correggere le stime precedenti, in funzione delle politiche distributive nazionali del reddito».

Il Social cost of carbon (Scc) può essere utilizzato sia per valutare le politiche economiche che per guidare le decisioni sui gas serra. Anche le Nazioni Unite nel rapporto Situazione economica e prospettive mondiali a metà del 2019 ribadiscono che imporre un costo alle emissioni di CO2 rappresenta un elemento chiave nella lotta contro i cambiamenti climatici. Questo perché dovrebbe costringere i decisori e le imprese, che emettono CO2, a prevederne i costi ambientali.

Ancora sottostimato il costo sociale della CO2

Il meccanismo, ad oggi, si è tradotto, in un «diritto ad inquinare», come dimostra il malfunzionamento del sistema di scambio delle quote di emissione (ETS). Intanto, però, i valori del Scc, presi come riferimento, sono ancora quelli calcolati dalla Environmental Protection Agency (Epa) statunitense. L’agenzia aveva ammesso, prima dell’intervento di Trump nel 2017, i limiti attuali di tale modello, che non include i danni ambientali più importanti.

Dato emerso, invece, dal rapporto sulla Quinta valutazione dell’IPCC, la quale aveva già ha osservato come le stime del «Social Cost of Carbon», relative alla CO2, omettessero gli scenari dall’impatto ambientale e sociale più gravi. Proprio lo studio dell’Università di San Diego ha scoperto che i calcoli dell’Epa americana sono stati fortemente sottostimati.

Se il costo delle emissioni globali si aggirava fra i 6 e i 12 dollari per tonnellata di CO2 emessa entro il 2020, i nuovi dati stimano una forbice ben superiore, tra i 180 e gli 800 dollari per tonnellata.

I veri costi della CO2 emesso dall’economia fossile

In questo momento, quindi, ogni Paese ha un diverso sistema di tariffazione. Il costo del carbonio dipende dalle priorità nazionali, dalle circostanze e dal contesto politico. L’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, infatti, non ha imposto nessuna stretta regolamentazione.

Come osserva l’agenzia Beyond Ratings, fornendo il panorama delle quotazioni nel 2019, il prezzo della CO2 può così variare considerevolmente: da Stato a Stato e in funzione di come viene utilizzato. Sia applicato sotto forma di imposte, royalties sui combustibili fossili e nei sistemi di scambio delle quote di emissione ETS, . Sia, a seconda delle entrate utilizzate dai governi, provenienti dalle aziende e multinazionali che emettono gas serra.

Al primo febbraio 2019, 45 paesi e 25 città e regioni, hanno attuato iniziative relative alla tariffazione della CO2. Tutti gli importi, però, rimangono ben al di sotto del prezzo effettivo del carbonio, necessario per finanziare la transizione ecologica, calcolato almeno tra i 200 e i 300 dollari per tonnellata,  precisano gli esperti di Beyond Ratings.

Il costo della Co2 per tonnellata, a febbraio 2019, secondo i diversi sistemi di calcolo, dollari per tonnellata, FONTE: Beyond Ratings.

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