Parte 12
Ambiente

Cibo, bibite, energia, crociere, edilizia: 10 multinazionali ammazza-clima

Basta un pugno di corporation per produrre un impatto climatico devastante. Un viaggio fra azioni e produzioni dannose. Per imparare cosa non va fatto

Di Corrado Fontana

I giganti multinazionali che dominano i settori a maggior impatto negativo sulla crisi climatica potrebbero diventare un patrimonio prezioso. Un’arma virtuosa potente da spendere in quella che le istituzioni internazionali riunite alla Cop25 e gli scienziati guidati dall’IPCC indicano come una sfida definitiva per l’umanità.

Il Pianeta avrebbe infatti molto da guadagnare se – indotte economicamente e politicamente – le mega corporation trasformassero i propri danni diretti in contributo positivo: tagliando le quote di CO2 e gas serra emessi in atmosfera, risparmiando sul consumo delle risorse naturali (acqua dolce, foreste), riducendo la produzione e diffusione di materiali inquinanti (plastica, liquami di scarto, fertilizzanti, fitofarmaci). Ma non solo.

Emissioni globali di CO2 per settore – FONTE: Ue, ‘Fossil CO2 and GHG emissions of all world countries 2018’

Dal gigantismo di tali imprese deriva infatti un enorme potere di traino del mercato e di trasformazione dei modelli di sviluppo, produzione e consumo. Cambiando sé stesse, riuscirebbero a influenzare senz’altro i concorrenti e le centinaia di soggetti coinvolti nelle lunghe catene di fornitura. Per la collettività otterrebbero così un contributo ormai necessario, visto che i climatologi sostengono che agire tra una decina di anni sarebbe tardi.

I big dell’energia, del petrolio, del gas e del carbone sono i principali imputati per il surriscaldamento globale. Ma, a dover essere coinvolti maggiormente, sono anche comparti come le costruzioni, i trasporti, le filiere agroalimentari.

TRASPORTI

CARNIVAL CORPORATION

È la maggiore compagnia crocieristica al mondo. Nel 2017 ha emesso circa 10 volte più ossido di zolfo (SOX) sulle coste europee rispetto a tutti i 260 milioni di auto circolate sul Vecchio Continente. A rivelarlo è una nuova analisi di Transport & Environment che punta il dito sul gruppo, che da solo occupa il 50% del settore. E mentre la sua rivale MSC Crociere tenta di allontanare i fautori della sostenibilità con operazioni di marketing compensativo, entrambe sono spesso citate dalle cronache per i gravi impatti ambientali e i rischi connessi alla movimentazione di navi grandi come grattaceli (Venezia ne sa qualcosa).

Carnival, che possiede decine di marchi, tra cui l’italiana Costa Crociere, vanta del resto una flotta di oltre 100 navi che attraccano in 700 porti (nel 2016 annunciava di attendere la consegna di 19 imbarcazioni tra 2017 e 2022). Quotata a New York e Londra, impiega 120mila persone (circa 100mila a bordo) e fa viaggiare quasi 12,5 milioni di turisti ogni anno, con volumi in crescita dal 2007.

Contributo del settore trasporti alle emissioni di CO2 – FONTE: Commissione europea

BOEING

Secondo un rapporto del Climate Action Network, il trasporto aereo è responsabile del 3% delle emissioni globali di CO2, e se l’aviazione fosse un Paese sarebbe paragonabile al settimo tra i maggiori inquinatori del mondo.

Una nazione ipotetica che nel 2016 ha generato il 13% delle emissioni di CO2 dell’intero settore dei trasporti (pressoché al pari del comparto navale) e nella quale l’americana Boeing avrebbe certamente un posto d’onore. Compagnia aerospaziale più famosa al mondo (in perenne contesa con l’europea Airbus e nel mirino come grande inquinatore atmosferico in patria) produce aerei per il trasporto civile e servizi connessi, ma ha grandi interessi anche nel settore militare.

Ha concluso il 2018 con 806 aerei realizzati (per un incasso stimato intorno ai 60 miliardi di dollari) e l’ordine per altri 893. Una bella responsabilità verso il clima se è vero che «il settore emette da 14 a 40 volte più CO2 rispetto ai treni, per chilometro percorso», e un aeroplano disperde nell’atmosfera anche altri elementi climalteranti, tali per cui il l’aviazione, alla fine, risulterebbe responsabile del 4,9% del riscaldamento climatico globale. Un valore paragonabile a quello di una nazione come la Russia.

Fonti di emissioni di gas serra dall’agricoltura – FONTE: World Resources Institute

AGRIFOOD

JBS

Colosso globale dell’allevamento intensivo, ovvero un comparto tra i principali responsabili nell’emissione di gas climalteranti e correlato alla diffusione di liquami acidi nell’ecosistema, la compagnia brasiliana JBS non macina solo carne e profitti. Nel’ambito di un’indagine chiamata Carne Fria, è stata contestata dall’IBAMA (Brazilian Institute of the Environment and Renewable Natural Resources) per un coinvolgimento nella deforestazione brasiliana. Ma non solo. Perché in base a un’indagine giornalitica svolta da «Reporter Brazil» in collaborazione con «The Guardian», JBS avrebbe acquisito bestiame da produttori con responsabilità nello sfruttamento dei lavoratori e nel disboscamento illegale.

E benché la compagnia si difenda rivendicando pubblicamente di adottare rigorosi criteri di sostenibilità, tutti ricordiamo l’enorme mole di incendi che hanno devastato l’Amazzonia nell’estate 2019, sprigionando tonnellate di CO2, oscurando i cieli di città intere. Complessivamente il gruppo impiega 230mila persone su circa 400 siti, tra unità produttive e di vendita, esportando in più di 150 Paesi, con 41,3 miliardi di euro di fatturato nel 2018 (+11,3% sull’anno prima e suo record di sempre), e un utile lordo di 6 miliardi di euro (+10,8% sul 2017).

L’impatto climatico sulle rese dei terreni agricoli in Europa nel 2050 – FONTE: rapporto IDDRI ‘An agroecological Europe in 2050’, settembre 2018

CARGILL

Compagnia statunitense definita dagli attivisti ambientali di Mighty Earth addirittura come la “la peggior compagnia del mondo“, dal momento che avrebbe ripetutamente rifiutato di interrompere il proprio rapporto economico con i fornitori direttamente coinvolti nella deforestazione. Di certo è la compagnia più importante nel commercio di soia dal Brasile, produzione connessa al mangime degli enormi allevamenti che emettono grandi quantità di gas serra (CO2 e metano) per portare la carne sulle nostre tavole. Considerata la maggiore azienda agroalimentare del pianeta, contribuisce alle emissioni anche sfruttando fertilizzanti e fitofarmaci.

Opera in 70 Paesi con 160mila dipendenti e vanta interessi nei mangimi per animali, nella trasformazione e nel commercio di materie prime alimentari. Ma è protagonista anche del settore energetico e dei trasporti, dell’industria farmaceutica, e perfino nella produzione di sale chimico per la manutenzione invernale delle strade. Per quanto riguarda l’anno fiscale 2018 ha registrato un fatturato da 114,7 miliardi di dollari (+5% sul 2017) e utili netti pari a 3,1 miliardi di dollari (+9% sul 2017).

Le prime 10 compagnie per rifiuti di plastica nell’ambiente – fonte The brand audit report 2019

FOOD AND BEVERAGES

COCA-COLA

Per il secondo anno consecutivo la multinazionale simbolo del comparto food and beverages è prima nella speciale classifica stilata dal movimento #breakfreefromplastic. Prima a seguito di un’indagine condotta sul campo da ben 75mila volontari che hanno raccolto e censito quasi 480mila rifiuti di plastica in 51 Paesi del mondo, e hanno riconosciuto il marchio americano più di tutti gli altri. Un pessimo primato che si associa all’inquinamento dell’ambiente e dei mari, di cui Coca-Cola non è certo diretta responsabile, ma dà il segno di un contributo decisivo al surriscaldamento climatico, di cui la società ha ben chiara l’emergenza.

Tuttavia i suoi impatti attuali restano elevati sia a causa del ciclo industriale in sé (consumo di acqua, energia, emissioni) sia perché alimenta la filiera della plastica. La compagnia, con sede ad Atlanta, impiega 700mila persone e conta un numero di rivenditori nel mondo intorno ai 28milioni. Le sue bevande, da quelle gassate alle acque aromatizzate ai succhi di frutta…, possono contare su ben 900 impianti di imbottigliamento e altri 225 partner imbottigliatori.

PERFETTI – VAN MELLE

Come per Coca-Cola, questa compagnia – italiana ma con il quartier generale situato in Olanda – rientra nella classifica di #breakfreefromplastic, anche se al decimo posto. Di sicuro non un vanto per la società, leader globale nella vendita di gomma da masticare e caramelle, considerato che nel solo 2019 la produzione, l’incenerimento e lo smaltimento della plastica aggiungeranno in atmosfera più di 850 milioni di tonnellate di CO2. Pari all’inquinamento generato da 189 nuovi impianti a carbone da 500 megawatt.

Con quasi 18mila dipendenti, Perfetti Van Melle occupa il terzo posto tra gruppi del suo settore, dopo Mondelēz International e Mars (che inftti la sopravanzano nell’indagine sui rifiuti plastici). Opera in 150 Paesi con 30 stabilimenti produttivi e, nel 2018, ha registrato un fatturato superiore ai 2,4 miliardi di euro, che deriva per gran parte dal commercio in Asia e Oceania (37%), mentre dall’Italia ricava in più modesto 17% degli affari.

ENERGIA FOSSILE

SAUDI ARAMCO

Regina “cattiva” della crisi climatica, si potrebbe dire. La compagnia petrolifera nazionale – cioè controllata dalla famiglia reale – dell’Arabia saudita non solo è prima nelle classifiche delle emissioni di CO2 ma è seconda per fatturato – dietro la cinese Sinopec, anch’essa di proprietà statale – nel comparto Oil & Gas. Protagonista di un settore che punta ancora sui combustibili fossili per produrre energia, e che così contribuisce enormemente ad accelerare il climate change, Saudi Aramco è tuttavia considerata la compagnia petrolifera più redditizia al mondo, e con ampio margine: nel 2018 ha generato un utile netto di 111,1 miliardi di dollari, quasi doppiando Apple, seconda società più redditizia del 2018, con soli 59 miliardi di dollari.

E mentre sull'”IPO del secolo”, cioè l’ingresso in borsa della società, si agitano retroscena finanziari, politici e commerciali, si stima che Saudi Aramco – già accostata alle attività di lobby per frenare qualsiasi ipotesi di transizione energetica – abbia rilasciato in atmosfera oltre 40 miliardi di tonnellate di gas serra tra il 1992 e il 2017. E la nemesi sembra materializzarsi ora in casa sua. L’Arabia Saudita è tra i Paesi a maggior rischio per l’aumento delle temperature: la città di Al Majmaah, nella regione centrale dello Stato, quest’estate ha toccato i 55 °C e la desertificazione avanza in tutta la penisola arabica.

GAZPROM

È terza per emissioni climalteranti nel periodo 1965-2017 e non sembra intenzionata a rivedere in senso ecocompatibile le sue attività future: avrebbe destinato ben 132 miliardi di dollari per le esplorazioni geologiche nel prossimo decennio. Attualmente detiene le maggiori riserve di gas naturale del mondo di cui è il principale produttore (12%). Per espandere i propri affari punta molto sul controverso gasdotto Nord Stream 2, per cui ha da poco avuto l’ultimo via libera dalla Danimarca.

Ma Greenpeace protesta, affermando che la costruzione dell’opera danneggia la riserva naturale di Kurgalsky, nel nord-ovest del Paese, in violazione delle leggi russe sulla protezione ambientale. Non solo. C’è infatti la convinzione che mentre il gas russo verrà venduto in Occidente grazie alla condotta, le popolazioni locali saranno obbligate ad approvvigionarsi di energia assai più “sporca, prodotta da centrali a carbone obsolete e inquinanti.

COSTRUZIONI

VINCI

«Il settore dell’edilizia e delle costruzioni è un attore chiave nella lotta contro il cambiamento climatico: rappresentava il 36% del
consumo finale di energia e il 39% delle emissioni correlate nel 2017».- Così si legge nel rapporto 2018 della Global Alliance For Buildings and Construction. Ed ecco perché il ruolo e la responsabilità della francese Vinci (43,5 miliardi di euro di fatturato, Ebitda 2018 di 6,89 miliardi di euro), leader globale nelle concessioni e nelle costruzioni, con oltre 194mila lavoratori in circa 100 Paesi, è fondamentale nella lotta al surriscaldamento globale.

Un ruolo che stimola la compagnia a fare ricerca e sviluppo per ridurre emissioni e consumi energetici nella progettazione di infrastrutture (aeroporti, autostrade, ferrovie), siti industriali e edifici privati. Tanto che Vinci punta alla riduzione delle sue emissioni di gas serra del 30% rispetto al 2009 entro il 2020, e per questo le misura dal 2007, grazie all’impiego di 175 esperti internazionali di 45 paesi. Sotto esame tre ambiti di produzione dei gas serra (Scope 1 – dall’uso di combustibili fossili da siti permanenti, cantieri e flotte di veicoli, e emissioni non energetiche; Scope 2 – derivanti dagli acquisti di energia da siti e siti di lavoro permanenti; Scope 3 – legate all’uso delle infrastrutture). Buoni propositi, quindi, ma per ora con progressi non molto incoraggianti. E il 2020 è qui.

POWERCHINA

Altro colosso globale del settore costruzioni – guidato dalla spagnola Acs –  è questa multinazionale cinese interamente di proprietà statale, attiva soprattutto sulle grandi opere legate ad acqua ed energia, ma senza tralasciare le grandi vie di comunicazione stradale e ferroviaria, oltreché l’edilizia industriale e residenziale. E allora anche Powerchina risulta determinante nella lotta al climate change, se si pensa che, in mancanza di un rinnovamento del parco edilizio globale, compiuto ristrutturando o costruendo ex novo, il suo fabbisogno finale di energia potrebbe triplicare entro il 2050, e così le emissioni correlate.

Powerchina, che nel 2018 ha realizzato un fatturato di 52,3 miliardi di euro con profitti che hanno raggiunto 17,9 miliardi di euro, afferma di «considerare la protezione ambientale come uno dei suoi principali obiettivi aziendali». Peccato che questo messaggio di buona volontà non trovi alcun riscontro nei fatti. Anzi: sul sito ufficiale della società si trova solo una piccola sezione, a dir poco imbarazzante, dedicata allo sviluppo sostenibile. Ultimo aggiornamento: il 2013.

Per salvare la Terra dobbiamo proteggere la terra

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